di Teresa Numerico
Il Manifesto, 20 agosto 2025
La tecnologia costituisce una nuova regolazione dei rapporti sociali e ambientali, ed è perciò il campo principale della lotta politica. Il volume di Asma Mhalla Tecnopolitica (Add editore, pp. 272, euro 22) ha il pregio di portare nel dibattito mainstream la profonda interconnessione tra Big Tech e il cosiddetto Big State, descrivendola come un Leviatano a due teste, mutualmente dipendenti. L’autrice, che lavora al think tank liberale dell’Institut Montaigne, concentra il focus sul carattere militare della tecnologia che si manifesta attraverso gli strumenti per una sorveglianza di massa in pace e in guerra e la costruzione di una metastruttura economica, capace di datificare i fenomeni sociali per sottometterli a sistemi algoritmici predittivi del futuro collettivo e individuale. Inoltre, la sfida militare tra tecnologia e politica si concentra sulla comunicazione: un bombardamento permanente, il cui target è la conquista delle capacità cognitive umane, con lo scopo di oscurare la linea di separazione tra la realtà e un suo specchio deliberatamente distorto, immaginario e complottista.
Tecnopolitica vuole identificare una serie di pratiche politiche liberatorie, dopo avere individuato il campo di battaglia: un trittico di nozioni che consentono di passare direttamente dalla teoria alla prassi. La metastruttura permette di trasformare i fenomeni in dati, contribuendo a una valorizzazione economica della rappresentazione in chiave algoritmica e predittiva.
L’infrasistema è l’infrastruttura tecnologica che regola i rapporti di potere ed esternalizza la possibilità di sovranità diluendola tra Big State e Big Tech. La tecnologia totale è l’ultimo tassello e descrive il carattere ideologico, promosso dalla Silicon Valley, con la sua tradizione di altruismo e accelerazionismo efficaci, secondo cui solo le tecnologie, senza vincoli o regole, possono prevedere il futuro e produrre il bene per l’umanità a lungo termine. Il retroterra filosofico del volume è offerto dalla categoria dell’ipervelocità di Paul Virilio, che minaccia la stabilità del patto sociale delle democrazie dell’occidente sia funzionalmente sia dal punto di vista territoriale, visto che le infrastrutture da cui dipende la sovranità sono di proprietà privata e i loro padroni sono lontani da dove esercitano le loro conseguenze.
La tesi della studiosa è che possiamo rileggere Marx nella sua logica struttura/sovrastruttura riterritorializzandola come infrasistema/metastruttura, cioè l’esercizio di una potenza, sebbene priva di potere concreto, che organizza i fenomeni sociali, rendendoli prevedibili algoritmicamente. Mentre Marx viene poi totalmente abbandonato, dimenticando di riconoscere che le tecnologie dell’intelligenza artificiale sono intessute di persone, il cui lavoro è sfruttato e oscurato. La visione secondo cui la lotta di classe sarebbe sostituita dalla dicotomia tra sorveglianti-sorvegliati, senza ulteriori precisazioni è tra i punti più controversi e meno argomentati del libro.
I problemi epistemologici si amplificano nell’ultimo capitolo, l’unico in cui vengono introdotti i rimedi alla descrizione determinista delle conseguenze del potere tecnocratico sulla politica. La proposta si configura come una difesa dell’occidente inteso come Europa/Stati Uniti dall’aggressione degli altri intesi come Russia, Cina e resto del mondo e suggerisce di stabilizzare l’alleanza a due teste tra Big State e Big Tech, inevitabile nell’orizzonte dell’iperguerra, sebbene nel volume siano ampiamente documentate le distorsioni antidemocratiche dell’uso politico delle tecnologie digitali. La condizione di conflitto e belligeranza di tutti contro tutti, simile alla visione hobbesiana dello stato di natura - molto controversa anche alla luce delle ultime ricerche archeologiche e antropologiche post-coloniali - riguarderebbe sia le lotte geopolitiche per la supremazia mondiale, sia la gestione dei conflitti interni e giustificherebbe la necessità di un’alleanza pragmatica tra stato e tecnologie. Il terzo polo necessario per l’equilibrio del nuovo Leviatano bicefalo dovrebbe essere il cittadino soldato: una militarizzazione della società civile per combattere una guerra cognitiva nel contesto di una sovranità liquida, condivisa tra Unione Europea regolatrice e Stati Uniti portatori delle logiche e delle strutture di potere tecno-militare. Le tecnologie, secondo questa ricetta, sarebbero inglobate in una simbiosi con una democrazia da ripensare, mentre la società civile si troverebbe a combattere contro i tentativi di destabilizzare la realtà, perpetrati da potenze straniere e da gruppi di contropotere interni.
La lotta della società civile non avrebbe speranza di ripristinare uno sguardo più consapevole sulla società, ma solo di ricostruirne una rappresentazione funzionale al nuovo assetto democratico liquido, un nuovo regime di verità, una narrazione che consenta a quel che resta dei governi dell’occidente di traghettare nel nuovo mondo metastrutturale e infrasistemico che si prepara. Se immaginiamo uno scenario in cui non ci sia altro che propaganda, come scegliere da che parte stare? Se queste previsioni si dovessero avverare, la catastrofe sarebbe già compiuta.











