di Giuseppe Belcastro*
Il Dubbio, 8 luglio 2026
Ne abbiamo provate di strade nel corso di questi anni, con la fronte metallica di chi persegue gli obbiettivi, a qualunque costo, consapevole di giocare partite con capitali altrui di vita, speranze, famiglia, salute. Interlocuzioni, documenti, astensioni, proteste, agitazioni non hanno prodotto risultati commisurati all’impegno. La situazione della esecuzione della pena nel nostro distretto resta, infatti, drammatica. È il dramma delle carceri - luoghi di tale annichilimento della persona e dell’anima che il pallottoliere di quest’anno segna già 33 suicidi - di cui l’opinione pubblica è più consapevole. Ma è anche il dramma, questo molto meno percepito, di un altro luogo della giurisdizione dove il sipario si alza proprio quando il processo finisce e la pena irrogata deve essere eseguita: il Tribunale e gli Uffici di Sorveglianza, dove donne uomini operano con l’obbiettivo di dare concretezza alla lungimirante risocializzazione pensata da madri e padri costituenti come conclusione del cammino esecutivo.
Già questa sola riflessione restituisce l’assurdità di non dotare questi Uffici e questo Tribunale del personale necessario a soddisfare una pianta organica, parametrata, peraltro in tempi risalenti, a compiti assai più modesti che oggi. L’assurdità di annegare ogni speranza nell’acquitrino dei numeri: migliaia di istanze già rubricate da decidere e altrettante da ancora da registrare; e dietro a quelle istanze condannati e detenuti in attesa che qualcuno li autorizzi a compiere gesti ordinari nella vita di fuori, come attendere a un evento familiare, sottoporsi ad un controllo sanitario o persino porgere l’ultimo saluto ad un congiunto deceduto; migliaia di donne e uomini in attesa di sapere come dovranno scontare la pena ricevuta, godendo - si fa per dire - di una sorta di libertà provvisoria che domani potrebbe cessare, magari a distanza di anni dalla condanna e di chissà quanto dal fatto-reato, portando dentro persone diverse da quelle che furono condannate. Tutto questo zavorra un sistema prossimo al collasso; a Roma più che altrove, perché il Tribunale capitolino non deve gestire soltanto il carico (anche qui si fa per dire) ordinario della esecuzione penale, ma è pure gravato della competenza nazionale esclusiva sul 41-bis e sui collaboratori di giustizia. Ed è per questo che, forse per la prima volta, la magistratura di sorveglianza, la Camera penale e Ucpi hanno unito le loro voci per chiedere al Ministero di porre fine a questo scempio, integrando le piante organiche e addirittura aggiornandole, perché un settore così imprescindibile della Giustizia penale possa perseguire con effettività gli obbiettivi per cui è stato istituito. Così, il 25 giugno scorso abbiamo condiviso con la Magistratura di Sorveglianza, in testa la Presidente Marina Finiti che una volta di più ha dato prova di sensibilità e concreto impegno, una storica marcia verso il Ministero, registrando però la disponibilità del decisore politico a meri interventi non strutturali e incongrui rispetto alla gravità del problema.
È come se non si percepisse, a quelle latitudini, che qualsiasi lodevole intento si infrange su numeri impietosi che vanificano l’impegno e la sensibilità dei magistrati di sorveglianza del distretto, degli avvocati e del personale amministrativo e impediscono al sistema di funzionare, imponendogli la deriva contro la volontà dei suoi operatori. Sono i presidenti dei maggiori tribunali di sorveglianza, del resto, ad aver denunciato pochi giorni addietro al Presidente della Repubblica il rischio di “compromettere l’effettività della funzione giurisdizionale”, richiedendo “un intervento non più rinviabile, indispensabile per garantire il corretto funzionamento di uffici che costituiscono un essenziale presidio di legalità e di tutela dei diritti fondamentali”.
Per questo le Camere penali dell’intero distretto hanno deliberato l’astensione dalle udienze per il 15 luglio: il lavoro più strenuo dell’avvocatura e della magistratura di sorveglianza non possono nulla se ci si ostina a trattare un’emergenza come un fatto ordinario, ramazzando la polvere sotto il tappeto. Certo, nelle pieghe del sistema, si annidano condotte disfunzionali o scarsamente produttive che nella situazione generale possono addirittura trovare un alibi; e anche di questo l’avvocatura si fa carico, denunciando in maniera cristallina, come ha fatto a capofila la Camera penale di Velletri, specifiche e intollerabili circostanze. Ma generalizzare il giudizio sarebbe cura peggiore del male. Gli obbiettivi che gli operatori del diritto nel distretto si sono posti esigono lucidità tanto sono alti e irrinunciabili. E sono tanto alti che solo un fronte comune rende concreta la speranza di successo.
*Presidente Camera penale di Roma










