di Della Cascino e Titti Vicenti
L’Espresso, 21 febbraio 2025
“Ogni sera alle otto Paolo mi salutava dalla finestra”. Anche Maria era in cella al Dozza di Bologna: non vedeva il marito, ma ne riconosceva la voce. Adesso Paolo e Maria sono nella loro casa vicino a Torino. Nel 2007 entrambi erano in carcere. “Stavo nell’edificio di fronte al suo. Ci siamo innamorati, scambiandoci le lettere”. Il giorno delle nozze al Comune, Maria indossò un pantalone in lino e una camicetta bianca. “Mi sentivo confusa, felice e sola. La sera eravamo di nuovo in cella lontani”. L’iter per ottenere l’autorizzazione ai colloqui a volte è farraginoso: il matrimonio, in questo caso, può diventare una tappa necessaria, “perché - spiega Maria - se non ci fossimo sposati, la direzione carceraria non ci avrebbe concesso la possibilità di incontrarci”.
Laura (nome di fantasia) vede Marco ogni mercoledì e impiega anche quattro ore per raggiungerlo. Lui sta scontando una pena a Padova. Lei gestisce un laboratorio come volontaria nell’istituto penitenziario di un’altra città. Anche loro si sono conosciuti in carcere lo scorso anno. Adesso si incontrano in un’ampia sala piena di gente, accomodandosi ai tavoli piccoli e rotondi: sono uno di fronte all’altra, le mani timidamente si sfiorano, nessuno dei due osa accennare un bacio intenso.
“È un’ora bastarda: passa in un attimo. Sento imbarazzo: le persone osservano”, confida Laura. Secondo la legge, gli incontri avvengono “sotto il controllo” degli agenti. In carcere non ci può essere intimità: la direzione penitenziaria, in caso di autoerotismo ed effusioni di coppia, punisce le persone detenute con un rapporto disciplinare. “Chi non si comporta bene perde i giorni di liberazione anticipata”, spiega Riccardo Magi, deputato di Più Europa.
“Il distacco dal partner è doloroso. Sono poche le modalità per coltivare una storia d’amore”, aggiunge Luca Decembrotto, docente di Didattica e Pedagogia speciale all’Università di Bologna che ha sviluppato una ricerca sulla pratica sessuale in ambito detentivo. “Quando vado in carcere, mi sembra di entrare in una dimensione parallela. Torno alla vita reale, ma quel mondo non mi lascia mai davvero”, racconta Laura. Ogni suo pensiero è per Marco. Le lettere riempiono il vuoto delle attese. “Voglio ricevere sue notizie. E La lontananza accende il desiderio”, confessa.
Claudia va a trovare Filippo, il marito, quattro volte al mese. Lui è detenuto a Rebibbia, una delle più grandi carceri italiane. I familiari delle persone detenute aspettano il proprio turno in una sala che ricorda gli uffici postali. “È frustrante. A volte passano un paio d’ore prima dell’incontro”, commenta Claudia. Il colloquio si svolge la mattina tra le 8,30 e mezzogiorno nell’area verde: un cortile all’aperto, dove le persone detenute vivono momenti di convivialità con amici e parenti.
“Possiamo scambiarci baci e carezze poco intimi. Vorrei almeno che mio marito mi telefonasse quotidianamente”. La sessualità, nota Decembrotto, non può essere contenuta neppure in carcere. Ne risente la salute. “Disturbi depressivi e depersonalizzazione sono tra i sintomi più frequenti”, spiega la sessuologa Annalisa Signorelli. In Italia però il tabù è più forte della legge. Lo scorso anno la Consulta riconosceva il diritto all’intimità in carcere e quest’anno Parma e Terni, su ricorso di altrettanti detenuti dovranno provvedere per permettere incontri intimi.
“È una sentenza rivoluzionaria”, commenta l’avvocata Maria Brucale dell’associazione Nessuno Tocchi Caino. Sulla stessa scia, a gennaio invece la Cassazione ha considerato i colloqui intimi “una legittima espressione dei rapporti familiari”. Nel frattempo nulla di organico è stato fatto. “Occorrono spazi adeguati. Gli istituti penitenziari dovrebbero realizzarli. I ricorsi sono l’unico modo per tutelare i diritti - consiglia Mauro Palma, ex garante nazionale delle persone detenute. Rispettiamo gli esseri umani nella loro totalità. Lo dice la Costituzione”.
I colloqui in carcere devono garantire “relazioni familiari il più possibile normali”, come suggerisce l’Europa nel regolamento penitenziario del 2006. Molti Paesi rispettano le linee guida comunitarie in materia, tranne l’Italia. Olanda, Danimarca, Norvegia autorizzano visite intime a cadenza settimanale o mensile. Germania e Svezia mettono persino a disposizione piccoli appartamenti. La Croazia concede la possibilità di avere rapporti sessuali direttamente in carcere. Si chiamano “vis-à-vis” invece i colloqui privati negli istituti della Catalogna, in Spagna. Secondo l’associazione Antigone, “il diritto alla sessualità per le persone detenute deve diventare effettivo” anche in Italia.
Negli armi alcuni deputati hanno suggerito modifiche all’ordinamento penitenziario. L’ultima proposta di legge sul tema risale al 2023 a firma di Riccardo Magi e prende a modello gli esempi europei. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio non ha mai risposto. Le persone detenute possono vivere il sesso eventualmente solo grazie al permesso premio: in caso di buona condotta, il magistrato di Sorveglianza concede loro un breve periodo di tempo fuori dal carcere.
“Bisogna garantire i diritti a prescindere dal reato. La dignità umana va oltre un criterio di premi”, afferma Palma. à Maria adesso è felice con Paolo, ma le sembra difficile tornare alla vita di sempre: “Sento una specie di dissociazione. Non siamo in salute. Il carcere ci ha tolto il tempo e recuperare è quasi impossibile”.











