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di Manuel Sarno*

Il Giorno, 3 maggio 2024

Il letto di contenzione, simbolo di un sistema carcerario arretrato, viene ancora utilizzato in alcune strutture, violando i principi rieducativi della pena. Fenomeni inquietanti si verificano anche in istituti minorili, evidenziando gravi carenze e complicità. La necessità di riforme è urgente. C’era una volta il letto di contenzione, simbolo di un sistema che non funziona e che non dovrebbe più essere presente negli istituti penitenziari da decenni: uno - forse non sarà l’unico e ultimo - è stato trovato nella sesta sezione del carcere genovese di Marassi solo qualche anno fa: uno strumento anacronistico e drammatico, incompatibile con la normativa sul trattamento sanitario obbligatorio. Ma non veniva utilizzato solo in questi casi: vi venivano fatti giacere anche “ospiti” insubordinati sedandone le intemperanze anche assestando qualche manganellata. La nostra Costituzione canonizza la finalità rieducativa della pena, un principio risalente al pensiero illuministico di Cesare Beccaria che deve trovare applicazione prevedendo percorsi di studio, formazione e lavoro all’interno delle carceri: ma le risorse mancano e la violenza non può essere un gratuito ed intollerabile additivo della privazione della libertà, delle condizioni igieniche e della assistenza sanitaria carenti, del sovraffollamento.

Eppure, evitando di generalizzare, inquietanti fenomeni ancora si verificano; l’ultimo di questi ha avuto come teatro il carcere minorile di Milano ed assume contorni ancora più gravi non solo per la rete di complicità, coperture e insabbiamenti ma proprio per la sede: la detenzione per i minorenni costituisce realmente scelta estrema. E dire che quell’istituto è intitolato proprio a Beccaria… un istituto che per circa vent’anni e fino a poco tempo fa ha avuto solo direttori e comandanti degli agenti precari. Ci sono voluti una ventina di anni dopo la “macelleria messicana” del G8 a Genova per approvare una legge sulla tortura da parte delle forze dell’ordine: detto sempre nel massimo rispetto per tutti coloro che rischiano e si sacrificano da servitori dello Stato, ma un po’ di Ungheria c’è anche a casa nostra.

*Avvocato