di Salvo Palazzolo e Luca Serranò
La Repubblica, 26 dicembre 2022
Tutti gli indizi del mistero su cui i magistrati continuano ad indagare. L’ultima relazione della commissione parlamentare antimafia mette in evidenza un “buco” di due ore nei movimenti dei killer di mafia condannati per la strage dei Georgofili. Chi incontrarono?
All’inizio, è saltato fuori un Dna femminile. Era il 2015, i magistrati di Caltanissetta avevano tirato fuori da un armadio blindato della procura una scatola con due buste sigillate da un timbro, “Gabinetto regionale di polizia scientifica di Palermo”. “Reperto 4 A” e “Reperto 4 B”: sono due guanti in lattice che il 23 maggio 1992 vennero ritrovati a 63 metri dal cratere di Capaci, assieme a una torcia e a un tubetto di mastice. Affidati a uno dei maggiori esperti del settore, Nicoletta Resta, professore associato di Genetica medica dell’Università di Bari, sono saltati fuori due profili genetici. Un Dna maschile all’interno del “Reperto 4 A”, che però non è di nessuno dei mafiosi condannati all’ergastolo. E un Dna femminile nell’altro reperto. “Forse, quei guanti erano lì per caso”, ha detto qualcuno. Forse. Ma accanto ai guanti c’era una torcia, e dentro la torcia una batteria, su cui è rimasta impressa l’impronta di Salvatore Biondo, uno degli stragisti di Falcone.
All’epoca, la procura dispose subito degli accertamenti: le verifiche hanno escluso che i profili genetici appartengano a Giovanni Aiello, “Faccia da mostro”, l’ex poliziotto sospettato di essere un killer di Stato, e a una sua amica, tale Virginia, entrambi indagati dalla procura di Catania per alcuni omicidi, ma il fascicolo è stato poi archiviato per mancanza di riscontri alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Di chi sono allora le tracce trovate dentro i reperti 4A e 4B? La consulenza tecnica della professoressa Resta è articolata e offre davvero tanti spunti di indagine. Altre tracce sono state estrapolate anche all’esterno dei guanti.
E il Dna femminile è misto ad altri codici genetici. Ecco cosa è scritto nella consulenza: “I risultati mostrano chiaramente un profilo misto derivante da almeno tre individui diversi dove però la componente attribuibile ad uno o più soggetti di sesso femminile risulta essere maggiormente rappresentata”. Un bel mistero, per la scienza e per chi non ha mai smesso di indagare sui misteri delle stragi di mafia.
Per certo, negli squadroni della morte di Cosa nostra non c’è mai stata una donna. Ma quella traccia di Dna femminile non è solo una suggestione. Una relazione del segretario generale del Cesis (l’organismo di coordinamento dei servizi segreti) che risale alla stagione delle bombe mafiose del 1993 esplose fra Roma, Milano e Firenze, parlava di presenze femminili. Una figura veniva segnalata in via Fauro, nello scenario del fallito attentato a Maurizio Costanzo, a Roma, il 15 maggio 1993. Nell’appunto del segretario del Cesis Giuseppe Tavormina all’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino (protocollo numero 2119.18.3/453/4 del 6 agosto 1993) si dà atto che fra le “risultanze emerse in sede di gruppo di lavoro interforze” ci sono degli identikit “ricostruiti dalle testimonianze, che riguardano due uomini e una donna”, così è scritto.
Anche nella strage di via Palestro, a Milano, del 27 luglio 1993, il Viminale registrò la presenza di una donna. Ecco il passaggio nell’appunto del Cesis, che si trova negli archivi della commissione parlamentare antimafia: “Identikit. I testimoni hanno riferito di una donna bionda sui 25 anni e di un uomo sui trent’anni. Secondo un teste la donna poteva anche portare una parrucca”. E ancora, un approfondimento: “Un uomo con i capelli lunghi, raccolti, e una donna bionda, indicati da due testimoni pochi minuti prima dell’arrivo dei vigili urbani e dei vigili del fuoco, a bordo di una Fiat Uno grigia, nello stesso luogo dove è stata posizionata l’auto per l’attentato”. Misteri su misteri.
Nel 2020, da un archivio dei carabinieri di Firenze, sono riemersi l’identikit di una donna e il racconto di un testimone. “Età 25 anni, corporatura magra, capelli scuri, corti e lisci, alta circa 1,70”. Tre giorni dopo la bomba che devastò un’ala degli Uffizi e uccise cinque persone - era il 27 maggio - il portiere di un palazzo di via dei Bardi raccontò che poco prima dell’esplosione era stato svegliato dalle voci di due giovani in strada, che tentavano di aprire il portone, avevano perso una busta gialla. Da una finestra, vide una Mercedes con targa “Ro” da cui scese una donna che indossava un tailleur scuro. Poco più in là, un Fiorino bianco, come quello guidato dai boss, poi saltato in aria in via dei Georgofili. “La donna disse ai due giovani: Ci vogliamo muovere o no?”.
Il verbale col “fotofit” l’ha scoperto un consulente della commissione parlamentare antimafia, Gianfranco Donadio, procuratore di Lagonegro, ex aggiunto della Direzione nazionale antimafia ai tempi di Piero Grasso. Nel 1993, il “fotofit” fu trasmesso alla procura, ma non venne mai diffuso (a differenza di altri identikit). E il testimone non fu ascoltato. Il gruppo di lavoro sulla “trattativa Stato-mafia” dell’Antimafia presieduto dal senatore Mario Giarrusso l’ha convocato e ha raccontato: “All’interno del portone, per terra, c’era anche una cartina di Firenze con due punti cerchiati in rosso”. Il portiere la spinse fuori. “Mi affacciai a una finestra, vidi i giovani che consegnavano una borsa a un uomo sceso dal Fiorino”.
Sono indicazioni precise su cui lavora anche la procura di Firenze, che ha un fascicolo sulle “presenze altre” nelle stragi del 1993: oggi, il procuratore reggente Luca Turco e l’aggiunto Luca Tescaroli hanno una sospettata, è un’imprenditrice di 58 anni con precedenti per traffico di stupefacenti, nel 1993 portava i capelli biondi. Si chiama Rosa Belotti, suo marito (Rocco Di Lorenzo) è ritenuto vicino al clan camorristico dei La Torre: a marzo i carabinieri del Ros hanno perquisito la loro abitazione di Albano Sant’Alessandro, in provincia di Bergamo. Per i magistrati, lei avrebbe portato la Fiat Uno carica di esplosivo fino in via Palestro. E potrebbe avere avuto un ruolo anche a Firenze. Adesso, è indagata per concorso in strage. I magistrati hanno anche diffuso l’identikit della “biondina” realizzato nel 1993 sulla base delle indicazioni fornite dai testimoni in via Palestro, alla ricerca di nuove informazioni.
Ma come sono arrivati i magistrati fino a lei? La nuova indagine è partita da una foto ritrovata dentro un’enciclopedia. Questa è una storia davvero curiosa. Il 29 settembre 1993, la polizia fa un’irruzione in una villa di Alcamo, cuore della provincia di Trapani, e scopre un arsenale, che è nella disponibilità di due carabinieri. Sono il brigadiere Fabio Bertotto, il padrone di casa, e l’appuntato Vincenzo La Colla. A far scattare la perquisizione è un ispettore del locale commissariato, Antonio Federico, che all’epoca ha una fonte davvero particolare, probabilmente è un appartenente ai Servizi: è lui a dargli indicazioni precise per ritrovare anche la foto. Ma il giorno della perquisizione, nessuno dei superiori di Federico ritiene di mettere a verbale il ritrovamento dell’immagine. E addirittura la restituisce all’ispettore. Che non ha mai smesso di farsi domande su quella vicenda. Lui ha segnalato la foto ai magistrati che indagavano sulla donna delle stragi. E dopo mesi di indagine attraverso un sofisticato software che confronta le immagini, i carabinieri del Ros hanno dato un nome alla persona ritratta nella foto: Rosa Belotti.
Nel primo interrogatorio, l’imprenditrice ha ammesso di essere lei, ma non si spiega come una sua fotografia sia finita in quella villa di Alcamo. Villa di tanti misteri, su cui aleggia l’ombra di Gladio, nonostante i due carabinieri facciano di tutto, anche oggi, per passare come collezionisti vittime della vendetta di qualche collega. “Sono io in quella foto, ma non ho nulla a che fare con questa storia”, ha continuato a ripetere Rosa Belotti ai magistrati. Ha spiegato che nel 1992 era finita in carcere con il marito per un traffico di cocaina, successivamente era stata scarcerata con l’obbligo di firma, il marito era andato invece ai domiciliari. Il 27 luglio 1993, il giorno della strage di Milano, era dunque libera. “Questa storia è solo un incubo, sono tutte falsità - ha detto in un’intervista - non sono in grado di uccidere neanche una cimice. In quel periodo ero peraltro alle prese con una bimba di pochi mesi e con un’altra avuta da una precedente relazione, di sette anni”. Le indagini proseguono. Dalla perquisizione a casa Belotti, è saltata fuori anche un’altra fotografia, molto simile a quella ritrovata ad Alcamo. Le domande sono davvero tante.
Per le stragi del 1993, i mafiosi pentiti che hanno collaborato con la giustizia non hanno mai parlato di presenze esterne. E solo mafiosi sono stati condannati dai giudici di Firenze. Ma, ora, la relazione della commissione antimafia solleva altri dubbi. “Abbiamo elementi di prova per sostenere che quella sera c’erano soggetti esterni a Cosa nostra”, dice senza mezzi termini l’ex senatore Giarrusso. Il gruppo di lavoro che presiedeva ha anche ascoltato nuovamente il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. L’ex sicario del clan Graviano faceva parte del commando, assieme a Cosimo Lo Nigro e Francesco Giuliano, ma la sera della strage restò a casa, a Prato. E oggi si chiede anche lui il perché del “buco di due ore” fra la partenza dei suoi complici e l’esplosione. Cosa fecero davvero Lo Nigro e Giuliano? Chi incontrarono?
La versione ufficiale, consacrata nei processi, dice che il 27 maggio, a mezzanotte, Lo Nigro e Giuliano, alla guida di un Fiorino rubato e di una Fiat Uno, andarono in via dei Georgofili. Un testimone vide parcheggiare il Fiorino alle 0,40. Parlò di un uomo, che però non corrisponde alla descrizione di Lo Nigro, indicato come il mafioso alla guida del mezzo. “Anche sulla quantità di esplosivo ci sono incongruenze”, spiega l’ex senatore Giarrusso: “Gli esperti hanno parlato di 250 chili, una quantità maggiore di quella indicata da Spatuzza”. Misteri su misteri.









