di Nina Verdelli
Vanity Fair, 5 agosto 2026
Dopo la morte di Abderrahim Fakir a Bologna, siamo stati nel mondo di chi convive con un disturbo psichiatrico. Abbiamo incontrato famiglie sole e personale sanitario allo stremo. Un malessere in drammatica ascesa che necessita di strutture specializzate e cura. Quando una persona con problemi psichiatrici arriva a commettere un reato o a disturbare la quiete pubblica, dovremmo chiederci che cosa è mancato prima. Invece, attorno a casi come quello di Abderrahim Fakir, morto il 19 luglio scorso a Bologna tra le mani delle forze dell’ordine che attuavano su di lui manovre contenitive, il dibattito verte intorno alle curiosità sbagliate: la provenienza geografica, i precedenti, il dovere o meno di immobilizzarlo.
Tutti cercano un colpevole: chi punta il dito contro un soggetto pericoloso, chi contro il corpo di polizia protetto dallo scudo penale, chi contro gli operatori sanitari incapaci di soccorrere. La verità è che colpevoli siamo tutti, rei di non vedere il disagio prima che lasci cicatrici, di pensare alla salute mentale come a un problema di ordine pubblico, quando in realtà sarebbe una responsabilità collettiva. La domanda non è come fermare chi soffre, ma come prendercene cura.
Dopo la chiusura dei manicomi, avvenuta grazie alla legge Basaglia del 1978, la gestione delle persone con un disturbo psichiatrico è demandata a strutture ambulatoriali sul territorio: i Centri di salute mentale (Csm). Solitamente, però, quando il caso è grave, il paziente viene prima trattato nei reparti di psichiatria degli ospedali, per poi essere trasferito in clinica o in comunità.
Lo scopo ultimo sarebbe il rientro in società, con periodiche visite al Csm, colloqui con lo psichiatra, messa a punto della terapia farmacologica e ritorno a casa. Le maglie del sistema, però, sono larghe e in mezzo in tanti si perdono. Selvaggia Wild, psicoterapeuta che per anni ha prestato servizio nei reparti di psichiatria e in comunità, spiega: “Sono rari i casi in cui, se un paziente non si presenta all’appuntamento, ci si preoccupa di capire che fine abbia fatto”. Non è cattiva volontà, è mancanza di risorse.
“L’Italia è uno degli Stati occidentali che investe meno nella salute mentale”, sottolinea Guido Di Sciascio, presidente della Società italiana di psichiatria (Sip). “Dovremmo destinare il 5 per cento del Fondo sanitario nazionale, non arriviamo neanche al 3. La Francia supera il 10, i Paesi nordici ancora di più. Intanto il disagio aumenta e l’età dell’insorgenza scende”. Attualmente il Consiglio superiore di sanità stima che siano 10 milioni gli italiani che convivono con un disturbo psichiatrico. Due milioni sono minorenni, il doppio di dieci anni fa.
Secondo l’ultimo rapporto del ministero della Salute, il personale complessivo all’interno delle unità operative psichiatriche pubbliche supera di poco le 33 mila unità. Non stupisce che in tanti decidano di rivolgersi al privato (per il Censis addirittura il 59 per cento). Di Sciascio aggiunge: “C’è poi una forte disparità: i grandi centri urbani sono attrezzati, ma che cosa succede se una persona sta male in un paesino di montagna? Occorrono più fondi per aumentare il personale, implementare i servizi e predisporre un’assistenza capillare sul territorio”.
Il problema è anche la gestione dei fondi”, aggiunge Alberto del Collettivo Antonin Artaud di Pisa, un gruppo di ascolto e di divulgazione particolarmente critico nei confronti di alcuni aspetti coercitivi della psichiatria, come la contenzione meccanica. “Nel 2021 l’allora ministro della Salute Roberto Speranza aveva stanziato 60 milioni per superarla. Da una nostra indagine risulta che, in alcune zone della Toscana, sia invece quadruplicata. I soldi andrebbero spesi per aiutare le persone a casa propria, non per aumentare le strutture che funzionano come “manicomietti” dove le visite di amici e parenti sono scoraggiate, ti riempiono di sedativi e ti legano al letto”.
Può sembrare un’iperbole, purtroppo non lo è. Lo conferma la fotografa e illustratrice Mel the Sketcher (all’anagrafe, Melissa Ianniello), 35 anni, di origine napoletana, che quei luoghi li ha conosciuti bene. La prima volta nel 2020. Aveva pianificato il suicidio. Una sua amica ha chiamato l’ambulanza. Quello che è avvenuto dopo è stata una rapida sequenza di ingresso al pronto soccorso, “cocktail di benvenuto”, ovvero iniezione con una non ben specificata dose di antipsicotici e antidepressivi, e abbandono: “Mi sono ritrovata stesa seminuda su un letto senza lenzuolo, imbottita di farmaci e con la bava alla bocca”, racconta.
A una breve degenza in ospedale, è seguito un mese in clinica. L’anno successivo, Mel è stata riaccolta tra quelle stesse mura bianche, con le sbarre alle finestre e la totale assenza di odori. “O meglio, quando entri non senti niente. Quando ti addentri respiri l’umanità più disperata: c’è chi abusa di profumi scadenti e nauseabondi, chi se la fa addosso, chi non si lava per settimane. Anch’io per un periodo non mi sono lavata. Anch’io ho avuto un cattivo odore”.
Laureata in filosofia, pluripremiata fotografa (ha pubblicato su Vogue, The Guardian e l’internazionale), frequentatrice di circoli politici e femministi, Mel all’inizio ha faticato a guardarsi allo specchio: “Scrutavo le altre durante l’”ora del contrabbando”: in clinica c’era una sorta di rituale non scritto secondo cui, a metà pomeriggio, ci si ritrovava per barattare i pochi effetti personali. E così vedevi una donna di 90 chili indossare una T-shirt appartenuta a una di 50, una signora anziana sfoggiare orecchini sgargianti adatti alle ragazzine. Le guardavo e mi ripetevo: “Io non sono come loro. Io non sono come loro”. Finché ho capito che ero esattamente come loro. D’altra parte, ero stata messa lì dentro anch’io”.
La diagnosi è doppia: disturbo bipolare e borderline. Nel suo primo libro, Anatomia di me, appena uscito per Eris Edizioni, Mel utilizza la metafora delle montagne russe per descrivere ciò che vive: “Il punto più basso è rappresentato dal cosiddetto “down”. A livelli estremi coincide con la depressione maggiore. Il punto più alto è l’”up”: l’euforia sregolata. In quella fase è come se mi sollevassi da terra, la mia mente si muove veloce, sento di emanare luce.
Al contrario, nella fase depressiva la vita scorre, ma fuori di me. Qualsiasi cosa possa accadere, di bello o di brutto, io semplicemente non rispondo”. Viene facile il paragone con gli sbalzi d’umore provocati da sostanze eccitanti come la cocaina: “Io non l’ho mai provata ma so che è esattamente così, solo che le varie fasi possono durare mesi. Quando sei in “down” brami l’”up” come una dose. Quando sei in “up” perdi coscienza del rischio e dei tuoi limiti: io ero allo sbaraglio totale e molte volte mi sono messa in pericolo. Una sera accettai un invito a casa di uno sconosciuto per fumare erba. Mi risvegliai di notte, con lui strafatto sul pavimento. Avrebbe potuto violentarmi, non accadde solo perché fui molto fortunata. Ma allora non me ne rendevo conto”.
Alla domanda se qualcuno accanto a lei si fosse mai accorto dei suoi sbalzi d’umore risponde citando un paio di episodi in cui la madre si era lasciata sfuggire un “devi parlare con un dottore”. “Ma io la prendevo come una provocazione”. Mel ha impiegato un po’ per accettare di aver bisogno di aiuto, un altro po’ per abituarsi alla diagnosi (“All’inizio mi è piombata addosso come una ghigliottina”), un po’ di più per realizzare che i farmaci potevano essere suoi alleati. Oggi prende quattro pastiglie al giorno. Gli effetti collaterali ci sono (“Ho i tremori alle mani, il metabolismo a pezzi e le mucose secche, cosa che non aiuta nel sesso o nell’autoerotismo”), ma le prende lo stesso.
Quello che ancora Mel non riesce a digerire sono le “storture del sistema”. Punto primo: “Le cliniche, come le carceri, hanno uno scopo contenitivo, non riabilitativo. Il mio secondo ricovero è durato due mesi e per tutto il tempo non hanno saputo fare altro che sedarmi con tre iniezioni al giorno. Avevo il culo che sembrava un colabrodo. Ogni tanto vedevo la psicologa. Mi chiedeva: “Come stai oggi?”. Le rispondevo: “Di merda”.
Poi tornavo in camera mia. Appena uscita di lì ho avuto un attacco di panico fortissimo perché nessuno mi aveva preparato al rientro in società”. Punto secondo: “L’atteggiamento del personale sanitario che tende a infantilizzare i malati. Siamo persone che convivono con un disturbo psichiatrico, ma non per questo non abbiamo diritti né dignità. In quei posti, invece, quando entri rinunci a tutto, incluso il contatto con il mondo di fuori: ti lasciano il cellulare un’ora al giorno. Ma che male può farmi telefonare a mio papà o a un amico?
Ho visto ragazze giovani senza veri problemi di incontinenza obbligate a indossare il pannolone di notte solo perché una volta, durante una crisi, si erano fatte qualche goccia di pipì addosso: non bastava una traversina sotto al lenzuolo? Ho provato l’umiliazione di sentirmi dire “smettila con le sceneggiate”, quando ho chiamato l’infermiera in preda a un attacco di panico. Ho incontrato anche infermieri gentilissimi, per carità, e non voglio nemmeno puntare il dito contro quelli sgradevoli. Pure loro subiscono la bruttura dell’ambiente. In più sono sottostaffati, costretti a turni massacranti e pagati una miseria: normale che molti siano in burnout”.
Quello che non è normale è colpevolizzare il malato. La psicoterapeuta Wild racconta: “Ho sentito dottori invalidare il grido di aiuto di una paziente che raccontava di aver subito un abuso con frasi tipo: “Certo che se vai in giro conciata così…”. Ho visto altri perdere la speranza di un recupero e rifugiarsi nella soluzione più semplice: “Dagli i farmaci, così sta buono”“. Il problema non sta nel singolo operatore sanitario, dotato di una maggiore o minore empatia. “Il problema sta nella grossa barriera che ancora separa la malattia fisica dalla malattia mentale”, precisa Wild. Abbattere questa barriera, a colpi di educazione alla diversità, significherebbe, tra le altre cose, “smettere di trattare i pazienti come imbecilli, quando imbecilli non sono”. Non pare, però, che l’educazione alla diversità sia in cima alle priorità del governo. Nel 2024 Fratelli d’italia ha presentato in Senato un ddl che porta il nome del suo primo firmatario, Francesco Zaffini. La proposta pone l’accento sulla sicurezza delle persone che gravitano attorno al malato, da attuarsi per esempio estendendo la durata del Tso dagli attuali 7 fino a 15 giorni. “Rimedio piuttosto inutile”, commenta il presidente della Sip Di Sciascio, “già ora, in presenza di un’esigenza clinica, il trattamento è prorogabile. Ci si dovrebbe concentrare sulla prevenzione, intervenendo sulle fasce giovanili più a rischio e sulle famiglie fragili”.
Wild concorda: “La prevenzione può fare tantissimo: non scongiura l’insorgere della patologia, ma aiuta a gestirne gli effetti collaterali come, per esempio, lo sprofondare nella dipendenza da stupefacenti. Non solo: agire per tempo significa anche preservare le famiglie da quel senso di impotenza che nel tempo le logora. L’ho visto con i miei occhi: se i genitori chiedono aiuto appena il figlio inizia a mostrare i sintomi è un conto, se arrivano esausti dopo anni di autogestione, spesso l’atteggiamento è di resa”.
A volte, dove non arriva la volontà politica, arriva il Terzo settore che, con una rete di associazioni, da sempre si prende cura della parte più trascurata del Paese. “Il rapporto con mia figlia Barbara è cambiato da quando ho conosciuto Progetto Itaca”, racconta Valerio Ronconi, 70 anni, consulente finanziario e volontario in questa realtà nata a Milano nel 1999 e ora diffusa in 18 città italiane, con lo scopo di informare e supportare le persone con problemi psichiatrici e le loro famiglie. “Barbara era giovanissima quando il disturbo borderline è entrato prepotente nella sua vita e nella nostra. Io vedevo me stesso su un binario e mia figlia su un altro: mi sforzavo di riportarla sul mio. E, per farlo, ho sbagliato tutto quello che un padre può sbagliare.
Poi ho iniziato a frequentare i gruppi di Progetto Itaca che ti insegnano a metterti nei panni del malato. Un esempio? Per molto tempo, ogni sera Barbara mi monopolizzava due ore ripetendomi che non aveva nessuno, che si voleva uccidere. E io la contrastavo, le dicevo che si sbagliava. Poi ho imparato che dovevo semplicemente accogliere il suo dolore. Quando ho cominciato a risponderle: “Capisco ciò che provi. Io per te ci sono”, lei ha smesso con la litania serale. La realtà era quella che avevo di fronte, non quella che avrei desiderato”.
Due i corollari di questa consapevolezza. Primo: “Per aiutare Barbara dovevo prendermi cura di me”. È il principio della mascherina di ossigeno in aereo: se vuoi salvare il tuo vicino, devi innanzitutto salvare te stesso. Secondo corollario: “Quando smetti di colpevolizzarti per la malattia di un tuo caro, quando smetti di provare vergogna, la vergogna scompare anche dallo sguardo dell’altro. Lo stigma è dentro di te: più sai, più conosci, più lo debelli”.
Abbattere lo stigma che attanaglia le persone con malattie mentali significa innanzitutto accettare che esistono. Mel The Sketcher precisa: “Se ci fate caso, la prima emozione che suscita una persona con disturbo psichiatrico è la paura. Ma mentre parliamo di xenofobia per indicare la paura dello straniero, di omofobia per i gay, non esiste una parola per definire la paura del pazzo. Perché per tanti noi siamo invisibili”.
Finché non lo sono più. Per uscire dal cono d’ombra, però, serve qualcosa di clamoroso come la tragedia di Anna Democrito, la mamma di Catanzaro che si è lanciata dal balcone con i figli probabilmente a causa di una depressione non diagnosticata; o ancora la morte di Abderrahim Fakir. Serve il baratro per interrogarsi sul funzionamento delle cure psichiatriche in un Paese che vede i “diversi” solo quando diventano “mostri”. Da allontanare, da contenere. E a volte finisce malissimo.










