sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Anna Foa

La Stampa, 16 febbraio 2026

Il mondo sta cambiando a una velocità a cui non eravamo abituati. E cancella anche il ricordo di come era quel vecchio mondo che stiamo perdendo, di come è nato, di cosa ha rappresentato. È - era - il mondo del secondo dopoguerra, un dopoguerra non troppo lontano da quello che aveva posto fine alla prima guerra mondiale, in cui si erano gettate le radici di una nuova guerra e avvelenato l’anima dell’Europa. Nasceva nel 1945, dopo che l’Europa era stata ridotta ad un cumulo di macerie tanto materiali che morali. Dopo che si erano visti eventi mai verificatisi prima, come lo sterminio di sei milioni di ebrei, i campi della morte, l’esaltazione della “razza ariana”, la messa a morte dei disabili, la schiavitù delle cosiddette razze inferiori. Un mondo ridotto ad un continente selvaggio, solcato da masse immani di profughi che lo percorrevano in cerca di un luogo in cui fermarsi, una casa.

Tranne che nella Germania devastata e divisa, la ricostruzione fu veloce, e la memoria di quelle macerie si perse presto, almeno nel nostro Occidente. Ma su quelle macerie si decise di costruire un mondo nuovo, che non consentisse più che eventi simili avvenissero. Fu, è vero, una scelta che non riguardò tutto il mondo di allora, ma soprattutto quell’Europa che era stata teatro di quella distruzione, e nemmeno tutta quell’Europa, ma solo una parte di essa, quella dove si affermarono dei governi democratici. All’Est, protetti dalla divisione dell’Europa e dall’equilibrio garantito dalla Guerra fredda, si affermarono altri regimi totalitari, quelli comunisti, che nemmeno il 1989, con il crollo dell’Urss, è riuscito a trasformare del tutto.

Altrove, però, sembrava di essere sulla soglia di cambiamenti epocali. La spinta verso la democrazia dell’Europa si inserì dentro un più vasto movimento mondiale di decolonizzazione che sembrò far piazza pulita degli orrori del colonialismo precedente. Il mondo parve per qualche decennio allontanare da sé le spinte funeste dei nazionalismi. L’Europa si avviò verso la sua unificazione, cercando sia pur parzialmente di realizzare i sogni di quanti, come i padri del Manifesto di Ventotene, l’avevano sognata nel chiuso di una prigione fascista.

Si crearono Costituzioni avanzatissime, volte ad impedire il ritorno di quel passato di morte e a rendere meno intollerabile le diseguaglianze fra gli esseri umani. Il diritto abolì le barriere nazionali, si crearono tribunali in grado di giudicare i colpevoli dei crimini più terribili, come quel “genocidio”, nome inventato da un giurista ebreo polacco rifugiato negli States, Raphael Lemkin, per dare un nome al crimine senza nome di cui parlava Winston Churchill nel 1941. Si facilitò l’accesso al sapere, alle scuole, e la conoscenza fu unanimemente riconosciuta come il tramite privilegiato verso l’innalzamento sociale. Le disuguaglianze non furono sanate che molto limitatamente, ma furono almeno considerate come un fattore negativo sia moralmente che socialmente. Nei paesi, come l’Italia, in cui l’emigrazione era stata parte integrante della sua storia passata, ci si ricordò, sia pur non a lungo, di quel passato. A chi di noi ora dice ancora qualcosa il nome di Marcinelle, la miniera di carbone in Belgio dove nel 1956 ci fu un disastro in cui perirono oltre 150 minatori italiani? Chi ne è spinto a pensare al Mediterraneo cimitero di migranti?

Intendiamoci, ombre nere minacciarono sempre quella svolta. Ricordiamo le difficoltà di accedere alla democrazia nella Spagna di Franco e nel Portogallo di Salazar, il regime dei colonnelli in Grecia, la guerra d’Algeria che gettò ombre pesante sull’esercito francese. E nell’alleato più importante, gli Stati Uniti, il maccartismo, la segregazione razziale, la guerra del Vietnam. E più tardi, il genocidio che si faceva di nuovo strada nella vecchia Europa, con la guerra in Bosnia e Srebrenica, mettendo in crisi l’idea che la creazione dell’Unione europea portasse direttamente a garantirci la pace.

E in Italia, il terrorismo nero e poi le brigate rosse. L’astensionismo crescente che sembrava fin dagli anni Ottanta aver fatto dimenticare l’entusiasmo con cui, nel 1945, le italiane e gli italiani andarono a votare dopo tanti anni in cui non si poteva più farlo. E i genocidi che nel mondo non cessavano: la Cambogia, e il Ruanda che si realizzò sotto gli occhi del mondo e rivelò complicità o impotenze di quegli stessi strumenti internazionali che erano stati creati per impedirli. E il terrorismo e l’11 settembre. A lungo si potrebbe continuare, in un elenco necessariamente parziale. Ma, ciò nonostante, alcuni principi restavano intatti: quello della pace, della salvaguardia della vita umana, quello della necessità di colmare le disuguaglianze sociali, quello del valore della cultura. Restavano punti fermi della nostra etica anche quando erano sempre più disattesi. Oggi ad essere attaccati sono però proprio questi principi, su cui si era costruita nel 1945 la nostra resurrezione. Non la loro mancata attuazione, ma proprio i fondamenti etici. Per questo, è necessario almeno ricordarli, per poter immaginare nuovamente un futuro.