sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Raffaella Romagnolo

La Stampa, 2 giugno 2025

Che uomini, che donne saranno i bambini di Gaza? Il ragazzino denutrito ritratto qualche giorno fa sul giornale, i polsi, le gambe, la cassa toracica oscenamente ossuti. Che ne sarà della bambina che in un breve video ho visto aggirarsi in controluce tra fiamme e macerie, sola, irrimediabilmente sola. Trenta secondi di strazio. Che vita avranno i bambini che sopravvivranno a questa guerra? Penso ai vivi, auspicabilmente vivi. Ma pensare ai vivi significa onorare i morti, perché pietà e civiltà cominciano proprio dal seppellire i propri cari. Non lo dice solo il poeta, ma il nostro vivere quotidiano fatto di riti come accompagnare chi abbiamo amato e non c’è più. Prima i morti, quindi.

L’Unicef parla di 1.309 bambini uccisi dal 18 marzo 2025, cioè dalla fine del cessate il fuoco. Milletrecento in poco più di due mesi. Non oso immaginare dall’inizio della guerra. Dovremo sforzarci di essere il più precisi possibile. Pensare ai vivi significa, anche, restituire ai morti nome, spazio, voce.

I bambini sono sempre le prime vittime. Lo storico Bruno Maida ha dedicato anni a studiare infanzia e guerra nel Novecento, cercate i suoi libri. Vittime mute, i bambini, solo i grandi hanno parola. Creature più deboli, e quindi più esposte al rischio di perdere la vita per le ferite, la fame e le malattie. Vittime perché la guerra, che si mangia tutto lo spazio del vivere civile, li schiaccia in un angolo e si mangia anche il loro.

La scuola di colpo perde vocazione, cambia funzione e si trasforma nel posto giusto per acquartierarci un esercito, nasconderci un commando o ammassare dei profughi. Quella bombardata a Gaza City pochi giorni fa era diventata rifugio da colpire di notte, quando la gente prova a dormire. La guerra non ammette giardinetti, giostrine, campi da calcio, neppure la spiaggia dei bagni in mare e dei giochi sulla sabbia. E l’infanzia sparisce.

Le immagini che filtrano (niente giornalisti vivi a Gaza, i morti forse 200), i frammenti che fanno il giro delle televisioni mostrano bambini che reggono pentole vuote e cercano di procurarsi il cibo, cioè fanno il mestiere degli adulti.

Bambini che spingono carretti e reggono scatoloni, badano a sé stessi o a altre creature, bastano a sé stessi come i grandi. E vittime resteranno persino se questa guerra dovesse per miracolo finire domani, perché i bambini restano vittime nel tempo della ricostruzione, che è il tempo della conta dei morti, delle famiglie decimate, smembrate, cioè degli orfani e degli orfanotrofi. Che vita adulta sarà quella di chi non ha avuto l’infanzia? Ricostruire è anche ricostruirsi e temo mancherà loro qualche pezzo, come una mutilazione dello spirito. Una parte che, se ricresce, ricresce male, fa male.

Ogni conflitto armato fabbrica odio e lo mette da parte per le generazioni a venire. Durata e intensità sono direttamente proporzionali alla ferocia. In Europa ci sono voluti decenni per uscire da quella mostruosa fabbrica d’odio che è stata la Seconda guerra mondiale e l’occupazione nazista. Oggi siamo Erasmus e nativi europei, ma io ricordo i più vecchi fremere all’accento del papa tedesco.

La pace si costruisce da bambini, così ci dicono ai corsi di aggiornamento per insegnanti. Credo però che la pace si possa costruire anche dai bambini. Interrompere lo scandaloso andirivieni di proposte senza esito e mettere sul tavolo, come punto di partenza condiviso e indiscutibile, la loro protezione. Penso alla parola con cui il nuovo papa si è annunciato al mondo: disarmante.

Proteggere i bambini è un argomento disarmante. Non è retorica, e non è solo l’istinto di conservazione della specie che ci intenerisce davanti ai cuccioli. Proteggere i bambini è politica, nel senso che costruisce il futuro. Garantire l’infanzia ai bambini di Gaza è un gesto concreto per fermare la fabbrica dell’odio. Che, diversamente, tormenterà senza scampo palestinesi, israeliani, noi, e altri figli, nipoti.