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di Lorenza Pleuteri

osservatoriodiritti.it, 6 gennaio 2026

Un provvedimento del tribunale di sorveglianza di Torino e l’ennesimo decesso in carcere riportano l’attenzione sul trattamento di detenuti malati e le conseguenze di sovraffollamento e carenza di personale. Il sovraffollamento di un carcere genera un surplus di sofferenza. E la presenza di detenuti malati, quelli che richiedono un’assistenza sanitaria particolare, in un istituto con centinaia di detenuti in più provoca un sovraccarico di lavoro per il personale e pesa sulla gestione dei servizi ordinari. Anche per questi motivi, uniti alle patologie di cui soffre, un recluso della casa circondariale di Torino ha ottenuto la detenzione domiciliare. Basandosi solo sulle condizioni di salute, ritenute non incompatibili con la vita in cella, non avrebbe avuto diritto alla misura applicata e neppure alla sospensione o al differimento della pena.

Sovraffollamento carceri italiane: un’ordinanza destinata a fare scuola - La decisione di ammetterlo alla detenzione domiciliare è stata presa del tribunale di sorveglianza del capoluogo piemontese. “Credo che si tratti della prima ordinanza di questo genere o comunque di una delle prime. Spero apra la strada a decisioni simili, per i detenuti che si trovano in condizioni analoghe a quelle del mio assistito, non pochi. Il sovraffollamento è diventato cronico, in tutta Italia o quasi”, commenta per Osservatorio Diritti l’avvocato dell’uomo, Francesco Romeo.

Rinchiuso alle Vallette di Torino - Saverio P., classe ‘78, era in carcere dal 13 febbraio 2023 per scontare una condanna a quattro anni e dieci mesi per una serie di rapine commesse tra Torino e Collegno e per ricettazione. Stava alle Vallette, come in città in molti chiamano ancora il penitenziario intitolato agli agenti Giuseppe Lorusso e Lorenzo Cutugno.

Malato ma non abbastanza: la decisione del giudice - Sarebbe stato rimesso in libertà il 15 giugno 2027. Affetto da cardiopatia ischemica cronica, obeso e senza più adenoidi e appendice, non era abbastanza grave per essere dichiarato incompatibile con il carcere e per avere il differimento o la sospensione della pena per motivi di salute. Il 1° aprile 2025, tramite avvocato, ha chiesto al magistrato di sorveglianza di riferimento di essere ammesso alla detenzione domiciliare, in via provvisoria, con la procedura prevista quando si temono conseguenze nefaste. Il giudice, acquisita la cartella clinica, ha respinto l’istanza. E ha motivato il rigetto, un esito non definitivo: “Non stati forniti concreti elementi da cui desumere un grave e imminente pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione in carcere… né acuzie di patologie tali da rendere le condizioni di salute del detenuto incompatibili con lo stato detentivo”. La pratica, come previsto, è passata al tribunale collegiale per ulteriori valutazioni e per la decisione finale.

Sovraffollamento carceri: “doverosa riflessione” sullo stato di detenzione - L’istanza è stata infine accolta con motivazioni destinate ad entrare nei manuali di diritto penitenziario. Il tribunale di sorveglianza di Torino ha ritenuto che, testualmente, “l’attuale quadro di sovraffollamento delle strutture penitenziarie imponga una doverosa riflessione rispetto alla necessità di protrarre lo stato di detenzione per soggetti affetti da serie patologie (ancorché adeguatamente monitorate e non in fase d’immediato peggioramento)”.

Celle stipata causano sofferenze in più - “La direzione sanitaria della casa circondariale di Torino, anche grazie alla professionalità e disponibilità del personale che vi presta servizio, è in grado di fare fronte, tempestivamente, alla gran parte delle problematiche sanitarie dei detenuti”, spiegano i magistrati del tribunale di sorveglianza. “Ciò nonostante, è intuitivo come il regime detentivo possa cagionare un surplus di sofferenza e disagio in soggetti affetti da serie patologie, che potrebbe essere evitato o, quantomeno, significativamente alleviato da una misura alternativa”.

Da considerare risorse disponibili e aggravi di lavoro - “La detenzione di un soggetto affetto da gravi patologie richiede, per garantire idonea assistenza, un impegno straordinario di risorse anche sotto il profilo del personale di polizia penitenziaria impegnato per accompagnare i detenuti ad effettuare le visite mediche presso strutture sanitarie esterne”. E queste risorse, definite oggettivamente carenti, “possono essere recuperate soltanto sottraendole ad altri incarichi”.

Rispetto di umanità e diritto alla salute dei carcerati - Tenendo conto di questo e di altri fattori (la tipologia e la datazione dei reati commessi, la pericolosità in concreto del condannato e la pena residua da espiare) il tribunale di sorveglianza ha dato un’interpretazione dichiaratamente estensiva dell’ordinamento penitenziario e conforme ai principi costituzionali di tutela della salute e di umanità nell’esecuzione della pena.

Carcere di Torino, presenze oltre la capienza regolamentare - L’uomo, requisito fondamentale e imprescindibile, aveva a disposizione un posto adeguato dove andare a scontare il resto della pena in detenzione domiciliare: la casa della moglie, in Veneto. Così ha potuto lasciare il carcere e passare all’espiazione della condanna residua tra le mura domestiche, tenuto a rispettare una serie di stringenti obblighi e limitazioni. Quando, in primavera, era entrato nella casa di reclusione, con 1.117 posti letto regolamentari, nelle celle si stipavamo 1.420 persone. Quando mancavano alcuni giorni all’ uscita ce ne erano ancora di più, 1.456, quasi metà di origine straniera. Ha atteso il responso poco più di quattro mesi, un tempo ritenuto congruo e accettabile dal suo legale.

Sovraffollamento, “speriamo che sia un’ordinanza pilota” - “Ci auguriamo che questa sia un’ordinanza pilota, replicabile per altri - torna a dire l’avvocato Romeo - Purtroppo, per chi non ha una famiglia all’esterno o un domicilio fisso, a cominciare da immigrati ed emarginati, questa strada sarà più complicata da percorrere”.

Soluzioni nel nuovo decreto ministeriale? Una novità da scoprire - Un passo avanti, per ora sulla carta, va registrato. Dal 30 settembre 2025 è operativo il decreto ministeriale che dovrebbe agevolare la concessione di misure alternative alla detenzione a reclusi svantaggiati, uomini e donne senza casa o privi di risorse economiche sufficienti per mantenersi. Si prevede la loro ammissione, non automatica, nelle comunità residenziali disciplinate dalle nuove disposizioni, in presenza di una serie di requisiti e fino all’esaurimento dei fondi stanziati.

Morto il detenuto obeso che nessuno voleva - Per Francesco De Leo, un detenuto obeso e diabetico, è arrivata prima la morte. Il cinquantunenne è deceduto il 20 ottobre nel carcere di Torino, lo stesso istituto oggetto delle valutazioni negative e della liberazione (anche) per sovraffollamento. Pesava 265 chili. Il suo legale, Luca Puce, ha reso noto che da un anno il tribunale di sorveglianza aveva stabilito che l’assistito non poteva stare in un penitenziario. E invece, dopo un periodo in una Rsa di Bra, una degenza al pronto soccorso dell’ospedale di Cuneo e un passaggio dalla casa circondariale di Genova Marassi, era stato rinchiuso alle Vallette.

Niente colloqui né ore d’aria - Per i corridoi si moveva con una carrozzina elettrica ingombrante, con cui non riusciva a entrare nella sala colloqui. Con i familiari l’unico contatto erano le videochiamate. Per lui era stata approntata una cella doppia adatta alle condizioni fisiche ed era stato ordinato un letto bariatrico, atteso per settimane.

La denuncia del fratello Domenico e l’inchiesta per omicidio colposo - Non solo. Il fratello Domenico, in un’intervista alla Stampa, ha denunciato: “Non lo voleva nessuno. Era stanco e non stava prendendo più l’insulina. Mi ha detto che nessuno lo accudiva. Lo curavano gli altri detenuti. Non è mai uscito per le ore d’aria, perché nessuno si prendeva la responsabilità di farlo alzare dalla branda”. Per la sua morte la procura di Torino ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, contro persone da identificare.