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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 7 febbraio 2025

Mercoledì scorso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha presieduto un vertice d’emergenza sul piano carceri, con l’obiettivo dichiarato di risolvere il cronico sovraffollamento dei penitenziari. All’incontro hanno partecipato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il sottosegretario Andrea Delmastro, il neo-commissario per le carceri Marco Doglio, oltre a rappresentanti del Mit e del Dap. La proposta non è certamente nuova, se ne parla già da oltre un anno: realizzare 7.000 nuovi posti detentivi entro la fine della legislatura. Presentata come una soluzione strutturale per “migliorare le condizioni della pena e delle strutture” è stata accolta con scetticismo dall’opposizione.

Secondo fonti di Palazzo Chigi, il piano prevede la costruzione di nuovi padiglioni e la riconversione di ex caserme, con l’obiettivo di aumentare la capienza del sistema penitenziario. “In questa legislatura porremo fine all’annosa questione del sovraffollamento”, ha dichiarato fiducioso il sottosegretario Delmastro. Il governo punta a velocizzare gli iter burocratici, sfruttando anche fondi del Pnrr, e a sbloccare progetti fermi da anni. Tra questi il completamento del padiglione per il 41- bis a Cagliari e la costruzione di nuovi spazi a Sulmona, Bologna e Ferrara. “Si tratta di un’azione determinata”, hanno sottolineato i partecipanti al vertice, “per garantire dignità ai detenuti e sicurezza al personale”.

La retorica governativa, però, si scontra con i dati e con le obiezioni delle opposizioni. Ivan Scalfarotto (Italia Viva) ricorda, infatti, che alla fine del 2024 “i detenuti in sovrannumero erano già 11.000. Realizzare 7.000 posti in due anni è impossibile: i tempi tecnici per costruire nuove strutture sono ben più lunghi”. Una posizione condivisa da Ilaria Cucchi (Alleanza Verdi- Sinistra), che accusa il governo di nascondersi dietro la solita propaganda. “Il sovraffollamento non si risolve aumentando i posti - spiega Cucchi - se intanto si creano nuovi reati e si inaspriscono le pene”. Un riferimento ai provvedimenti tipo il reato di rivolta penitenziaria e il ddl Sicurezza, che secondo le associazioni rischiano di far aumentare la popolazione carceraria di 16.000 anni di detenzione cumulativa. Per la senatrice “la destra vuole trasformare le carceri in discariche sociali, senza investire su misure alternative o sul reinserimento”.

Dietro l’ennesimo annuncio di nuovi posti, però, emerge un quadro desolante di ritardi, progetti incompiuti e promesse non mantenute. L’esperienza del Commissario straordinario per le carceri, istituito nel 2013 e chiuso con un bilancio fallimentare e strascichi giudiziari, dovrebbe suonare come un monito. Eppure, il governo ripropone la stessa ricetta, nominando Marco Doglio senza chiarire come intenda superare gli ostacoli del passato. La Relazione del ministero della Giustizia 2023, d’altronde, conferma che la storia delle caserme dismesse non è fattibile: l’unico intervento concreto degli ultimi anni è la riconversione della caserma Barbetti di Grosseto, un progetto avviato negli anni 90 e ancora incompleto. Per quanto riguarda i penitenziari basti pensare al nuovo carcere di Pordenone, citato come fiore all’occhiello, in fase di progettazione da tre decenni, con gare d’appalto bloccate dai ricorsi al Tar.

Persino i padiglioni “nuovi” celebrati dal governo nascondono verità scomode. Quello di Cagliari, presentato come un’aggiunta al carcere di Uta, in realtà è un’opera mai finita dal 2009 per il fallimento dell’impresa costruttrice. A Sulmona, i 200 posti promessi fanno parte di un piano del 2015 che prevedeva 3.000 posti in 13 strutture: solo due sono stati completati. Il governo ha inserito alcuni progetti nel Pnrr, come il padiglione di Ferrara, ma qui emerge un altro paradosso: le risorse europee sono vincolate a tempi stringenti (entro il 2026), mentre la realizzazione di una struttura carceraria richiede in media 5- 10 anni tra progettazione, appalti e costruzione. E rischiamo di dover restituire i soldi.

Il nodo centrale, però, è un altro: aumentare i posti senza ridurre gli ingressi è come svuotare il mare con un secchio. Secondo il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, “se il tasso di ingresso supera quello di uscita, il carcere si riempirà comunque”. E in Italia, le politiche di inasprimento penale stanno accelerando il flusso in entrata. Intanto, le carceri esistenti cadono a pezzi. Il rapporto di Antigone rivela che il 35,6% degli istituti è stato costruito prima del 1950; il 48,3% non garantisce acqua calda tutto l’anno; il 25,3% non ha spazi per attività lavorative.

Mentre il governo insiste sull’edilizia, le proposte per ridurre il numero di detenuti restano nel cassetto. Basti pensare a Roberto Giachetti (Italia Viva), che ha rilanciato la liberazione anticipata per chi ha scontato i due terzi della pena. Senza dimenticare che diverse personalità chiedono di considerare un indulto parziale. Serve, di fatto, un piano nazionale per le misure alternative, ma il governo preferisce cavalcare la retorica dell’ordine e dell’edilizia. Intanto, i detenuti continuano a dormire, in alcuni casi su materassi per terra, e nella maggioranza dei casi in celle malsane, mentre l’Italia accumula condanne dalla Cedu. E la domanda sorge spontanea: i 7.000 posti saranno l’ennesimo slogan, o l’inizio di una svolta? La Storia insegna il contrario, ma purtroppo continua a non avere scolari.