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di Massimo Razzi

La Repubblica, 29 luglio 2022

La denuncia dell’associazione Antigone: “Manca l’acqua e persino l’aria: il posto peggiore per affrontare il cambiamento climatico”. “Il carcere è forse il posto peggiore dove affrontare il cambiamento climatico: quello normale, tra il caldo e il freddo”.

Lo dice Stefano Anastasia, garante delle persone private della libertà per il Lazio e l’Umbria. “In carcere - aggiunge - fa sempre più freddo o più caldo che a casa e mancano gli strumenti per fronteggiare le situazioni estreme come quella che stiamo vivendo in questi mesi”. Della situazione nelle carceri italiane in questa torrida estate si occupa ampiamente il ‘Rapporto di metà anno sulle condizioni di detenzione in Italia’, presentato da Antigone, l’associazione che si occupa dei diritti delle persone detenute.

L’ondata di caldo - Il caldo di questi giorni si è abbattuto sulle circa 190 carceri italiane che ospitano 54.841 detenuti contro una capienza effettiva di 47.535 posti e un tasso di sovraffollamento reale del 112%. Dati che si ripetono con una lineare costanza negli ultimi anni. La situazione non peggiora, si potrebbe dire, ma nemmeno migliora se si pensa che il tasso di affollamento degli istituti europei è, in media, del 92,1%. Sul dato dell’affollamento incidono pesantemente due questioni: il tasso elevatissimo (31,1% contro il 24% della media Europea) di persone detenute in attesa di giudizio (quindi innocenti fino a prova contraria) e la questione delle tossicodipendenze: il 34,1% dei detenuti italiani è dentro per reati legati al traffico (spesso piccolo o piccolissimo) di droga e il 28,1% ha problemi seri di tossicodipendenza cioè, quasi un terzo dei detenuti non è adatto alla vita in carcere. Basterebbero piccole modifiche alle norme sulla droga e un uso più attento della carcerazione preventiva per risolvere quasi del tutto il problema di affollamento delle nostre carceri.

Sovraffollamento e poca aria - In attesa (probabilmente vana) di questi cambiamenti, le carceri restano affollate e il caldo (mai il detto sullo “stare al fresco” fu più sbagliato) comanda e deprime la giornata dei detenuti e degli agenti di polizia penitenziaria che vivono gran parte della giornata con loro. Perché in molti casi (44%) le finestre sono schermate da fittissime grate che impediscono quasi del tutto il passaggio d’aria. Perché (come ci ha spiegato Alessio Scandurra di Antigone) molte celle (attenzione, si chiamano “camere di pernottamento) non hanno il cancello che chiude ma fa passare l’aria. Di notte, dunque, queste camere (dove dormono anche sei/otto persone) sono chiuse da una porta blindata che non fa passare neanche un refolo d’aria. Ma anche perché nel 58% per cento delle celle delle carceri italiane non c’è la doccia e per lavarsi bisogna farlo a turno nei bagni comuni. Questo anche se il regolamento del 2000 dava tempo 5 anni al sistema carcerario per dotare di docce nelle celle tutte le strutture. E lo stesso regolamento diceva che negli istituti femminili dovesse esserci un bidet per ogni cella. Ne manca ancora un buon 30 per cento.

Senz’acqua - E oltre alle docce, in diversi istituti manca proprio l’acqua. Come a Santa Maria Capua Vetere (Caserta) dove la struttura carceraria non è collegata alla rete idrica comunale. Certo, si sta lavorando, ma ci vorranno ancora mesi. Così si provvede con quattro bottiglie d’acqua al giorno per ogni detenuto e con i pozzi artesiani che provvedono all’acqua per lavarsi. O come ad Augusta (Siracusa) dove si è arrivati al razionamento.

Il caldo, dunque, ha portato nelle carceri questioni che sembrano d’altri tempi. Come l’assenza quasi totale di frigoriferi e come la questione dei ventilatori. All’inizio di luglio, viste le temperature africane, il Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) ha dato il via libera all’acquisto di ventilatori. Nessuno pensi che mentre noi cittadini moriamo di caldo nelle nostre case e ci dotiamo di strumenti per resistere in base alle nostre possibilità economiche, i carcerati italiani siano stati forniti di ventilatori a spese dell’amministrazione.

Il Dap ha solo permesso alle direzioni delle carceri di metterli a disposizione dei detenuti che possono e vogliono acquistarli come tanti altri beni di consumo che fanno parte del cosiddetto “sopravvitto”. Ma siamo pur sempre in carcere e il ventilatore non dovrà avere pale rotanti che potrebbero essere pericolose e sarà meglio che funzioni a batteria perché non tutte le celle hanno le prese di corrente e perché potrebbero verificarsi pericolosi sovraccarichi. Insomma, pare che i ventilatori forniti ai detenuti che possono permetterseli siano abbastanza costosi e abbiano suscitato lamentele.

La piaga dei suicidi - Piccole beghe di ordinaria calura? Non proprio, perché questi 54.841 nostri concittadini sono privati della libertà per decisione di un giudice che, però, non ha inflitto loro nessuna pena aggiuntiva come quella di morire di caldo. E invece, in carcere si continua a morire troppo di suicidio. Sono già 35 i detenuti che si sono tolti la vita nei primi sei mesi dell’anno (più tre a luglio). La proiezione dice che a fine 2022 saranno una settantina.

I tentativi di suicidio e gli episodi di autolesionismo non si contano. Tutti i detenuti ti spiegano che quello di uccidersi è un pensiero continuo per chi sta dentro. Troppi lo fanno. Ne consegue un tasso suicidario altissimo in un Paese dove, tra le persone libere, il numero dei suicidi è basso (0,62 ogni diecimila abitanti). Se alla fine del 2022 si arrivasse a quota 70, avremmo avuto quasi 17 suicidi ogni diecimila detenuti. Un ulteriore dimostrazione di come il carcere andrebbe usato con molta attenzione e parsimonia.