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di Samuele Ciambriello*

Il Mattino, 30 marzo 2025

Vedendo una parte della corda con la quale il giovane trentenne Harar si è impiccato, nel reparto Livorno del carcere di Poggioreale ho rivisto un copione, un canovaccio di una routine perversa fatta di numeri, pregiudizi ed indifferenza verso il mondo penitenziario, Da decenni i numeri dei suicidi, del sovraffollamento, delle pessime condizioni igieniche sanitarie, dei detenuti chiusi per 20 ore al giorno nelle celle, delle poche misure alternative al carcere, dell’eccessivo uso del carcere preventivo ci inducono a pensare che è difficile parlare di un “carcere nella Costituzione”, perché semplicemente non esiste nella realtà. Non esiste, oggi, un carcere che incarni i principi costituzionali. Il carcere della Costituzione è un luogo ideale, secondo alcuni una mera utopia irrealizzabile, sicuramente un obiettivo ancora lontano ma, almeno io credo, essenziale per affrontare seriamente e realisticamente questo problema. Forse allora, tutti, dobbiamo avere il coraggio di parlare di un carcere fuori dalla Costituzione.

le nostre carceri sono ancora sovraffollate, colme anche e soprattutto di poveri e vittime di ingiustizie sistemiche: immigrati (20mila in Italia, 908 in Campania), tossicodipendenti (17mila in Italia, 1.709 nelle carceri campane) e malati di mente (più di quattromila in Italia, circa 420 venti in Campania, solo a Poggioreale 200 di cui 82 psicotici). E la polizia penitenziaria dopo le 19 in tutte le carceri italiane è sottodimensionata: un agente per piano di reparto, per due piani, cioè deve vigilare su circa 150 detenuti! E poi occorre potenziare i medici ai presidi sanitari per ventiquattro ore, intervenire in tempi più rapidi, con personale specializzato. L’isolamento sociale, le condizioni di detenzione e la carenza di supporto psicologico contribuiscono a peggiorare lo stato emotivo dei reclusi, con conseguenze tragiche sui suicidi, i tentativi di suicidio, le forme di autolesionismo e gli scioperi della fame e della sanità. Tutto ciò compromette anche la sicurezza e la vita serena all’interno del carcere ed alimenta episodi di tensione, conflittualità e talvolta violenza.

È più facile punire soprattutto i deboli, che affrontare i problemi strutturali. Siamo ancora lontani dal garantire condizioni umane e dignitose. Si continua a chiedere maggiore sicurezza, ma questa viene declinata come sola e semplice “sicurezza pubblica”, nel senso tradizionale e non come “sicurezza sociale”, senza un reale impegno per combattere esclusione e diseguaglianze.

Ovviamente mi riferisco alla maggior parte della popolazione carceraria, fatta di soggetti emarginati e marginali, a prescindere da quelli che possiamo avvertire come autori di fatti particolarmente allarmanti, come la criminalità organizzata, su cui potremmo aprire altro ampio discorso, ma non è questa l’occasione. Coloro che si suicidano o provano a farlo, hanno una età media di 42 anni, sono al primo ingresso nel carcere o stanno per uscire.

Dobbiamo trovare un equilibrio tra sicurezza, prevenzione, rieducazione, inclusione sociale, per fare in modo che il carcere sia un luogo non solo e tanto di punizione, ma anche dove si coltiva il futuro, non un limbo dove si soffoca la vita, ma un laboratorio di speranza che aiuta a cambiare le persone, difendendo la loro dignità, che non è negoziabile. Servono figure di ascolto.

La politica e tutti i soggetti interessati abbiano il coraggio di mettere in campo riforme strutturali e risorse di uomini e professionisti: profonda depenalizzazione della fattispecie meno offensive, soprattutto in tema di stupefacenti e patrimonio; riforma della recidiva, e vitando gli attuali meccanismi; riforma della custodia cautelare, oggi un detenuto su quattro nelle nostre carceri è in attesa di giudizio; pensare a pene principali non carcerarie, con pene alternative al carcere non affidate alla sola discrezionalità del magistrato; assunzioni di educatori, pedagogisti, assistenti sociali, psicologi, psichiatrici e mediatori linguistici. Ad oggi constatiamo con amarezza che non sono valsi a nulla (almeno per ora) le manifestazioni della sofferenza dei detenuti, la fatica degli operatori penitenziari, le denunce dei garanti, il richiamo del Presidente della Repubblica e del Papa. Non abbandoniamo la speranza.

*Garante dei detenuti della Campania