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di Elena Tebano


Corriere della Sera, 22 giugno 2021

 

Erio Pettinari aveva 62 anni ed è morto di Covid il 22 marzo all'ospedale di Terni, dov'era ricoverato da quasi un mese. C'era arrivato con "un polmone quasi liquefatto", hanno spiegato alla moglie Daniela Ernesti. Si è ammalato mentre era detenuto nel carcere di Orvieto, dov'era arrivato a ottobre 2020, per scontare la condanna per un furto d'auto del 2013 che si era sommata a quelle per altri furti precedenti, arrivando a otto anni in totale. Alla fine gli sono costate la vita.

Luigi Mastrodonato racconta la sua storia su Internazionale, per spiegare come la popolazione carceraria italiana, costretta in una cronica situazione di sovraffollamento, sia stata particolarmente esposta all'epidemia (potete leggerla integralmente qui). È una storia segnata da condizioni economiche e di salute precarie: Pettinari, che aveva iniziato a rubare auto dopo aver perso il lavoro da ambulante, soffriva di una malformazione cronica che gli causava danni cerebrali e mal di testa lancinanti, ed era anche severamente depresso dopo la morte del figlio 25enne per un tumore. Alla sua età e nelle sue condizioni di salute avrebbe dovuto essere ai domiciliari. E invece era in carcere, dove è stato contagiato.

Il suo non è un caso isolato (anche se non figura tra i 18 detenuti morti ufficialmente nell'epidemia perché mentre era ricoverato in isolamento in ospedale, pochi giorni prima di morire, ha "beneficiato" di un ordine di scarcerazione, che materialmente non ha cambiato niente). "Scorrendo la lista di chi non ce l'ha fatta ci si imbatte in storie di tutti i tipi: un detenuto di 82 anni con patologie croniche è morto nel carcere di Livorno; uno di 76 anni, cardiopatico, diabetico e con problemi polmonari non ce l'ha fatta a Bologna; uno di 56 anni era malato terminale ma ha passato i suoi ultimi giorni a Opera. E così via, in una conta che riguarda carcerati due volte vulnerabili di fronte al virus, perché in molti casi anziani e malati" scrive Mastrodonato. A loro si aggiungono 12 agenti di polizia penitenziaria, anche loro deceduti per il nuovo coronavirus.

È difficile evitare i contagi in condizioni di vita comunitarie. Lo è ancor più nelle carceri italiane, costantemente sovraffollate. Durante la pandemia il ministero della Giustizia ha ridotto le carcerazioni preventive e permesso misure alternative al carcere per chi doveva finire di scontare pene per reati non gravi. In questo modo i detenuti sono passati da 61 mila a 53 mila. Comunque molti di più dei 47 mila posti disponibili.

"I tassi di contagio tra i detenuti sono più alti rispetto allo stesso dato relativo all'Italia in generale" ha sintetizzato ad Avvenire Michele Miravalle dell'Osservatorio di Antigone. Se è vera la frase attribuita a Voltaire ("Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione"), la capacità di proteggere i detenuti è una cartina di tornasole. Anche in questo caso uno spiraglio è arrivato dalla campagna di vaccinazione: secondo il Ministero della Giustizia sono ormai oltre 45 mila i detenuti vaccinati (e oltre 23 mila su 36 mila gli agenti della Polizia penitenziaria "avviati alla vaccinazione").