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di Simone Lonati e Carlo Melzi d’Eril

Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2022

A volte si ha l’impressione che il problema del sovraffollamento carcerario sia “irrisolvibile”, come recita il sottotitolo di un bel libro di Alessandro Albano, Anna Lorenzetti e Francesco Picozzi: “Sovraffollamento e crisi del sistema carcerario”. E invece leggendo il lavoro dei tre studiosi ci si rende conto che così non è.

Il volume prende le mosse da una breve ma densa ricostruzione dell’orizzonte costituzionale e storico del fenomeno, per poi spiegare come, ancora una volta, la spinta a prendere consapevolezza del problema e della non rinviabilità della soluzione è giunta dalle sentenze di condanna della Corte europea, relative alle condizioni della detenzione (scarso spazio disponibile e precarie condizioni igieniche).

Determinare lo “spazio minimo vitale” - In un racconto semplice da seguire anche per i non esperti, gli autori analizzano il concetto di densità detentiva consolidatosi a Strasburgo relativamente alla determinazione dello “spazio minimo vitale” da garantire ad ogni internato, alle conseguenze derivanti dalla disponibilità di una superficie inferiore e ai relativi criteri di calcolo, con la profonda influenza che l’approccio multifattoriale e la relativa metodologia di calcolo infine adottati dalla Corte europea nel leading case Muršić contro Croazia. Per non parlare, ovviamente, delle pronunce intervenute nei confronti del nostro Paese con riferimento all’endemico dramma del sovraffollamento carcerario: dalla condanna nel caso Sulejmanovic contro Italia, ove la Corte si è “limitata” a riscontrare una violazione nel caso concreto dell’art. 3 Cedu, sino alla sentenza pilota Torreggiani contro Italia, ove i Giudici europei hanno censurato il nostro Paese per il carattere strutturale e sistemico del sovraffollamento e hanno imposto l’adozione di misure di carattere generale.

Proprio la forza propulsiva proveniente dalla Corte sovranazionale, con l’invito a limitare il ricorso alla custodia cautelare in carcere, ad ampliare l’utilizzo di misure punitive non privative della libertà personale ed adottare vie di ricorso interne che garantissero una riparazione effettiva delle violazioni della Convenzione, ha propiziato una decisa accelerazione sulla strada di interventi legislativi attesi da tempo, nell’ottica di una progressiva diminuzione della popolazione detenuta e del contemporaneo rafforzamento dei diritti degli internati. Nel volume di tutto questo si tratta ampiamente, senza dimenticare quanto sia problematico il recepimento da parte dei giudici interni della giurisprudenza sovranazionale.

Il trend della popolazione carceraria - A seguito dell’articolato insieme di misure adottate la popolazione carceraria italiana è sensibilmente diminuita, tanto da portare il Comitato dei Ministri a chiudere nel 2016 la procedura di monitoraggio dell’esecuzione della sentenza Torreggiani. A partire dal 2017 si è tuttavia registrato un consistente aumento delle presenze in carcere sino ad arrivare, a febbraio 2020, al superamento della preoccupante soglia delle 61.000, a fronte di una capienza di circa 51.000 posti. Ciò, senza considerare le preoccupanti condizioni igieniche delle nostre carceri.

In questa situazione già di per sé allarmante è arrivata la crisi sanitaria che ha reso inderogabili nuovi interventi “emergenziali”: dall’interruzione dei contatti con l’esterno, alla scarcerazione di detenuti particolarmente anziani e con patologie pregresse, di quelli con un minimo residuo di pena da scontare e di quelli reclusi per reati minori o non violenti, dall’applicazione di iter più snelli per l’accesso alla misura della detenzione domiciliare per chi dovesse scontare una pena residua inferiore ai 18 mesi fino alla concessione di licenze premio straordinarie per chi già si trovasse in semilibertà. Questo senza dimenticare il ruolo determinante svolto dalla magistratura di sorveglianza soprattutto nella prima fase pandemica attraverso l’utilizzo di istituti già in essere come l’affidamento in prova e la detenzione domiciliare.

I dati al 30 aprile - Ebbene, al 30 aprile 2022, secondo i dati ufficiali del Ministero della Giustizia, i detenuti presenti nelle carceri italiane erano 54.595 a fronte di una capienza regolamentare di 50.853 posti, con un tasso di sovraffollamento carcerario pari al 107,35%: una situazione di sovraffollamento che, seppur migliorata rispetto al livello raggiunto allo scoppiare della pandemia, rimane a tutt’oggi molto preoccupante. Di fronte a questa situazione gli autori prendono le mosse dalla nozione di sovraffollamento non mancando di proporre soluzioni, che qui non si vogliono “svelare”.

Quel che invece preme sottolineare, sono le parole che concludono questo articolato studio secondo cui “il sovraffollamento carcerario è stato più gridato che approfondito, considerato come un dato quasi assiomatico che non necessitava di essere prima compreso per essere poi consapevolmente contrastato e superato”. In realtà, come tutti i fenomeni umani, esso rappresenta una “contingenza, certo non trascurabile, ma altrettanto sicuramente non irrisolvibile”, purché “studiata e compresa”, in modo tale da essere “affrontata con consapevolezza”. Una conferma, l’ennesima, che a problemi complessi non corrispondono soluzioni semplici e che queste ultime gemmano dalla competenza, unico terreno su cui si può esercitare la fantasia.