di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 giugno 2026
I dati elaborati da sovraffollamentocarcerario.it mostrano il divario tra capienza teorica e posti realmente disponibili. Il piano carceri del governo prevedeva 5.739 nuovi posti nel corso di quest’anno. Ma i posti effettivamente disponibili, dall’inizio del 2025 ad oggi, sono diminuiti di 537 unità rispetto al punto di partenza. Non aumentati: diminuiti. L’8 giugno è una data che nei bollettini ufficiali del Ministero della Giustizia non compare. Ma chi segue il sistema penitenziario italiano sa già cosa è successo quel lunedì: il tasso di affollamento reale delle carceri italiane ha valicato il 140 per cento. A registrarlo è il sito sovraffollamentocarcerario.it, progetto del giornalista investigativo e ricercatore di dati Marco Dalla Stella, che da ottobre 2024 aggiorna ogni giorno i numeri che lo stesso Ministero pubblica sulle schede di trasparenza degli istituti, ma che nessuno aveva mai messo insieme in modo così sistematico e pubblicamente accessibile.
La cifra che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) certifica nei suoi bollettini mensili è diversa: 126,3 per cento. Si tratta del rapporto tra i 64.741 detenuti presenti al 31 maggio e la capienza regolamentare di 51.269 posti. Ma quel denominatore racconta una storia parziale. Dalla Stella attinge anche alle 190 schede di trasparenza degli istituti penitenziari, documenti aggiornati più frequentemente rispetto ai bollettini. Lì dentro c’è un’informazione che i bollettini mensili non riportano: i posti non disponibili, ovvero quelli che esistono sulla carta ma che di fatto non sono accessibili. Sezioni chiuse per inagibilità, camere di pernottamento fuori uso, strutture in attesa di manutenzione che non arriverà presto. Quando si sottraggono quelle unità, dai 51.269 posti teorici si scende a circa 46.300 posti realmente utilizzabili. Quasi cinquemila posti esistono nei registri, ma non nella vita quotidiana delle sezioni. Da quel denominatore più onesto nasce il 140 per cento.
Il confronto tra i dati del 31 maggio e quelli del 30 aprile, il mese precedente, racconta un mese di pressione costante. A fine aprile erano 64.436 i detenuti, con una capienza regolamentare di 51.265 posti: tasso ufficiale al 125,7 per cento. Un mese dopo il dato si è spostato a 64.741 presenti, tasso ufficiale al 126,3. Trecento e cinque persone in più in trenta giorni. Sembra poco. Ma il tasso reale era già al 139,1 per cento il 30 aprile secondo l’elaborazione di Antigone, aveva sfiorato il 139,3 a metà maggio, e ha superato il 140 l’8 giugno. Una progressione che non conosce inversioni: a giugno del 2025 ci si attestava al 134 per cento, a marzo 2026 si era arrivati al 138, in estate era sembrato toccare un picco poi ampiamente superato. Ogni rilevazione porta qualche decimale in più verso soglie che ora sono abbondantemente alle spalle.
Le carceri che non ce la fanno più - Dentro quella media nazionale si nascondono situazioni che nessuna percentuale riesce a descrivere da sola. Il caso più eclatante del mese di maggio è quello di Regina Coeli a Roma. Il 30 aprile ospitava 848 detenuti per 628 posti regolamentari. Al 31 maggio erano diventati 1.004. Centocinquantasei persone in più in un mese in una delle prigioni più antiche, disastrate e sovraffollate d’Italia, già abbondantemente oltre soglia. Per capire la misura del dato: in trenta giorni Regina Coeli ha assorbito una quantità di detenuti equivalente all’intera popolazione di un carcere di medie dimensioni. Il tasso ufficiale ora è al 160 per cento, quello reale ben oltre. Il Garante delle persone private della libertà del Lazio, Stefano Anastasia, ha denunciato che nella regione il tasso di affollamento è del 143 per cento, con picchi del 200 per cento nel carcere di Latina.
A Taranto i detenuti sono passati da 823 a 859 in un mese, su una capienza di 500 posti: tasso ufficiale al 172 per cento. A Torino Le Vallette sono saliti da 1.488 a 1.518, su 1.119 posti regolamentari. A Parma da 773 a 804. A Biella da 541 a 570, in una struttura che ne dovrebbe contenere 392. A Pescara da 378 a 401, in una struttura con soli 276 posti. A Lecce, uno dei più grandi del Sud con 798 posti regolamentari, i presenti sono passati da 1.402 a 1.425: quasi il doppio della capienza, tasso ufficiale al 179 per cento. A Napoli Poggioreale i detenuti sono 2.276 su 1.616 posti: erano 2.247 in aprile. Bergamo registra 591 detenuti per 319 posti, tasso ufficiale all’185 per cento. A Brescia Canton Monbello il tasso ufficiale tocca il 207 per cento: 377 detenuti in una struttura da 182 posti. Se invece del dato ufficiale si usa quello reale, quello del sito di Dalla Stella che contempla i posti non disponibili, le cifre diventano ancora più pesanti. A Lucca il tasso si avvicina al 250 per cento. A Milano San Vittore supera il 230. A Vigevano sfiora il 240. A Foggia e a Lodi si è già abbondantemente oltre il 200. Non sono percentuali astratte: significano tre persone in celle pensate per una. Persone che dormono in letti a castello a tre piani, che trascorrono la giornata in spazi nei quali non è garantito nemmeno il minimo di tre metri quadrati per persona previsto dalla normativa europea, e in oltre la metà degli istituti visitati non c’è nemmeno una doccia in cella.
Il governo che non fa nulla - “Penso che entro il 2026 il problema del sovraffollamento sarà risolto”, aveva dichiarato il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Siamo al 9 giugno 2026 e il tasso reale ha appena superato il 140 per cento. Il piano carceri del governo prevedeva 5.739 nuovi posti nel corso di quest’anno. Ma i posti effettivamente disponibili, dall’inizio del 2025 ad oggi, sono diminuiti di 537 unità rispetto al punto di partenza. Non aumentati: diminuiti. La cabina di regia per l’edilizia penitenziaria si riunisce a Palazzo Chigi, i comunicati arrivano, il commissario straordinario Marco Doglio opera. Dentro le sezioni, però, i numeri raccontano altro. L’edilizia penitenziaria non è deflazione: costruire o ristrutturare celle non riduce i detenuti di un solo giorno. Nessuna misura deflattiva è stata varata. La parola indulto resta impronunciabile. L’amnistia è un tabù. Il disegno di legge sulla detenzione domiciliare per tossicodipendenti e alcoldipendenti è ancora bloccato in commissione al Senato: il sottosegretario Alfredo Mantovano ha dovuto fare appello alle opposizioni affinché venga approvato almeno prima della fine della legislatura. Nel frattempo, lo stesso governo ha introdotto negli ultimi anni oltre 55 nuovi reati, 60 nuove aggravanti e 65 inasprimenti sanzionatori. Le carceri si riempiono mentre i reati calano: nel primo semestre del 2025 le denunce erano il 4,8 per cento in meno rispetto all’anno precedente. La pressione sulle celle non dipende da un’ondata criminale. Dipende da scelte legislative che spingono verso la detenzione come risposta a qualsiasi forma di conflitto sociale.
Le interrogazioni presentate dalla senatrice Ilaria Cucchi e dalla deputata Stefania Ascari, dopo i suicidi al carcere Due Palazzi di Padova a fine gennaio, sono rimaste senza risposta da parte di Nordio. Senza parlare delle numerose interrogazioni di Giachetti di Italia Viva La garante regionale della Sardegna, Irene Testa, ha chiesto una convocazione straordinaria della Camera per il grave problema che affligge l’isola. Dall’inizio del 2026 si sono già contati 27 suicidi, dopo gli 82 del 2025, per un totale di 108 persone morte suicide in diciotto mesi. E il caldo è arrivato. Ogni estate, nelle prigioni italiane, i mesi tra giugno e agosto producono un’impennata di suicidi, autolesionismo e disordini. In molti istituti mancano i ventilatori, le finestre sono schermate, in cella non c’è la doccia. Con un tasso reale al 140 per cento e senza misure deflattive all’orizzonte, la domanda non è se la situazione peggiorerà nelle prossime settimane. È già realtà.










