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toscanaoggi.it, 14 febbraio 2025

Mario Marazziti, responsabile delle relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio, in quest’intervista riflette sulla drammatica realtà dei penitenziari e sottolinea la necessità di umanizzare il sistema carcerario. “Pena e speranza, la vita in carcere, le riforme necessarie”. È il titolo dell’incontro che si è svolto lunedì in palazzo arcivescovile a Siena per approfondire il tema sempre più drammatico della vita dietro le sbarre. Promosso dall’Arcidiocesi di Siena, Colle Val d’Elsa e Montalcino in collaborazione con l’associazione Derek Rocco Bamabei.

Alla presenza del cardinale Augusto Paolo Lojudice e della presidente della fondazione Bamabei Anna Carli a invitare i tanti presenti a una profonda riflessione sul problema sono state le parole di Mario Marazziti, già deputato e oggi responsabile delle relazioni istituzionali e internazionali della comunità di Sant’Egidio che abbiamo intervistato.

Mutuando il titolo del convegno per entrare nello specifico: da fede, speranza e carità a pena, speranza e?

“Pena, speranza e umanizzazione. Per avere un futuro. Perché quello che oggi manca a chi sta in carcere è la visione e la certezza in qualcosa che possa ricominciare davvero. Perché purtroppo il carcere per com’è oggi, e non solo in Italia, produce solo carcere. Chi ha scontato tutta la pena, due volte su tre ci torna subito”.

Quali sono i problemi principali delle carceri italiane oggi?

“Il carcere rischia, per il sovraffollamento, per le grandi difficoltà del personale e per la difficoltà della reclusione a rigenerare le persone, di proporre il nulla a chi sta scontando una pena o, peggio, a chi è in attesa di giudizio. E questo tempo del nulla può portare a disperazione, rassegnazione e privazioni familiari della compagnia dei propri cari”.

E può portare anche al suicidio: l’aumento esponenziale dei casi ne è la conferma?

“Certamente. L’aumento dei suicidi, lo ha detto anche recentemente il presidente della Repubblica Mattarella, è indice... di un fallimento. Il fallimento di un’intera società. C’è un mistero quando uno si toglie la vita. Ma tanti misteri, uno dietro l’altro sono una grande domanda. E la risposta è che il carcere è disfunzionale. Un dato oltremodo preoccupante è che in alcuni penitenziari, è il caso di Regina Coeli per esempio, il maggior numero di suicidi avviene nei primi quarantacinque giomi dall’ingresso. Un numero che dà il senso del trauma, aggravato dal fatto che la metà sono persone in custodia cautelare, cioè ancora in attesa di giudizio”.

Si sta facendo qualcosa di concreto?

“Ministero, garante dei detenuti e tutti gli enti preposti si stanno interrogando. Noi, come comunità di Sant’Egidio da molti anni siamo attivi con visite e iniziative varie. Pensate che solo a Natale scorso avevamo raggiunto in maniera personale più di diecimila detenuti. E questo abbiamo visto come cambi il clima e consenta di ridurre la disperazione”.

Negli istituti minorili? Com’è la situazione?

“Più o meno identica. Anche dopo il decreto Caivano abbiamo visto che sono addirittura aumentati gli ingressi col personale che numericamente è sempre lo stesso. Ed esattamente come nelle strutture più grandi è aumentata la disperazione e la difficoltà di vita. E anche in questo caso, nei luoghi dove noi facciamo attività di scuola o iniziative come i laboratori della pace per minorenni, non ci sono episodi di rivolta. I ragazzi vengono puntuali e sono anche più felici. Pensate che abbiamo ricevuto lettere da qualcuno che ci ha scritto come scrivesse alla propria madre, dicendoci che per loro rappresentiamo questa figura. E questo dimostra che, in fondo, non c’è nessuno così cattivo che non possa ricominciare a vivere. Ma c’è bisogno di qualcuno che ti tratti come un essere umano”.

Visto dall’altro lato delle sbarre, anche il personale che lavora all’interno dei carceri ha grossi problemi, conferma?

“Più di quanto si possa immaginare. Perché questo sistema penitenziario disumanizza anche la vita di chi nelle carceri lavora. Forse non tutti sanno che il tasso dei suicidi è inimmaginabile anche nel personale della polizia penitenziaria. Nell’ultimo anno, vado a memoria, ai circa novanta casi di carcerati che si sono tolti la vita, vanno aggiunti quasi una decina fra il personale addetto alla sorveglianza. Il che fa salire il totale a cento poliziotti carcerari che si sono suicidati negli ultimi dieci anni”.

Marazziti, lei è co-fondatore della Coalizione mondiale contro la pena di morte e membro del suo comitato direttivo fin dal 2002, anno della sua fondazione. Oggi da Siena, in Toscana, prima regione ad abolirla nella storia, quale riflessione le viene su questa barbarie che in alcuni paesi è ancora in vigore?

“La pena di morte è la sintesi di tutte le violazioni sulla persona umana. La negazione che quella persona è un essere umano. Oltretutto non c’è alcun caso nel mondo in cui la pena di morte sia un deterrente contro i reati gravi. L’unica cosa positiva è che negli ultimi anni sono sempre di più i paesi o che l’hanno abolita o che la usano sempre meno”.

Se posso chiudere in maniera un po’ provocatoria, che differenze ci sono fra le carceri sovraffollate e i centri di prima accoglienza per le persone in arrivo da altri paesi in cerca di un futuro migliore?

“Credo che ci sia una differenza di speranza. Chi arriva in un centro di prima accoglienza è spinto da una forza incredibile di miglioramento della vita che gli consente di resistere anche a un’ultima disperata e inimmaginabile prova di sopportazione. Pur a fronte di difficoltà terribili, già vissute e in qualche modo ancora da provare. Un tempo certamente disperante, ma che si concepisce come limitato”.

Quindi, per tornare all’inizio, la parola chiave è speranza?

“Sì. La parola chiave è speranza, ma serve sempre qualcuno che te la ricordi”.