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di Luciano Eusebi

Il Sole 24 Ore, 13 settembre 2022

Rischia di svanire, il futuro, se non rivisitiamo la categoria del relazionarsi giusto verso le condotte altrui: una categoria che, a partire dai pitagorici e con diverse sfumature, s’è universalmente imposta, attribuendo il crisma della giustizia alla pratica della corrispettività.

Concetto, quest’ultimo, di natura formale, in quanto deriva i suoi contenuti, per analogia, dalle caratteristiche di ciò cui s’intenda rispondere. Buono, forse, per i traffici commerciali, ma estremamente pericoloso oltre i loro confini. Presuppone, infatti, un giudizio sull’altro, che se è negativo comporta una reazione altrettanto negativa. Il che, sotto le parvenze aristoteliche del ristabilire l’eguaglianza, moltiplica il negativo: dato che vi sarà sempre qualcosa di censurabile, in un altro, che faccia da alibi per agire contro di lui.

Quel giudizio, anzi, facilmente è dipeso dal fatto che l’esistenza stessa dell’altro non rispondesse agli interessi, o alle visioni, del giudicante. E il configurarsi biunivoco di simile approccio ha portato a ravvisare nel conflitto un profilo ordinario delle vicende umane: in cui il bene di sé stessi risulta identificato nella sconfitta, nella sottomissione o addirittura nell’annientamento di chi percorra una strada che in qualche modo s’intrecci con la propria.

È una prospettiva che emerge da sempre nell’intendere la pena come contrappasso. Ma che si manifesta, del pari, nelle tradizionali giustificazioni della guerra. Il che, però, rende quella prospettiva - date le armi oggi disponibili nonché i rischi per l’ambiente e la salute connessi alla competizione tra gli Stati - destinata, ormai, a produrre la catastrofe.

Appare necessario, allora, ridefinire in radice il concetto di giustizia, affrancandolo dall’immagine della bilancia. Fare giustizia sta nell’opporre al negativo che accostiamo progetti di segno opposto: nel cercare di rendere giuste, per tutti, relazioni che non lo siano state. In ciò consistendo il nucleo della giustizia riparativa, la quale, dunque, non attiene soltanto a procedure di riconciliazione dopo i misfatti, ma a una forma diversa dell’impostare ab initio i rapporti umani.

Non a caso, la stessa prevenzione penale risulta dipendere, fermo il contrasto dei profitti e degli apparati criminosi, da strategie di motivazione, piuttosto che di ritorsione. E chissà che dal progredire dell’idea di una fratellanza universale possa giungere il messaggio per cui i popoli non riconoscono più la ricerca del loro bene attraverso dinamiche di rivalità o di dominio.