sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giovanni Zavatta

L’Osservatore Romano, 8 novembre 2022

Le conclusioni del Congresso di pastorale penitenziaria. Quattro appelli - alla Chiesa, alla società, ai giudici, ai mezzi di comunicazione - per studiare insieme, se e quando possibile, misure restrittive alternative al carcere e, più in generale, per tracciare un profilo diverso del sistema detentivo spagnolo.

È quanto contiene la dichiarazione finale del decimo Congresso nazionale di pastorale penitenziaria svoltosi nei giorni scorsi a El Escorial (Madrid) su iniziativa dei relativi organismi della Conferenza episcopale. Otro cumplimiento de pena es posible il titolo dell’incontro che ha riunito 240 tra ecclesiastici (presente fra gli altri il cardinale arcivescovo di Barcellona, Juan José Omelia Ornella, presidente dell’episcopato) e laici, specialisti del settore, in tavole rotonde suddivise in tre aree, religiosa, sociale e giuridica.

Si è partiti da un interessante dato di fatto: durante il lungo periodo di pandemia, in Spagna molti detenuti hanno scontato la pena attraverso misure alternative, come terzo grado (che consente di uscire di prigione e dormire in un centro specifico collegato), controllo telematico, sospensione della pena, Tbc (impiego a beneficio della comunità), laboratori. “Ciò che sorprende”, si legge nella nota, “è che in nessun caso tali misure hanno prodotto più reati o più detenuti. Questo ci ha portato alla convinzione che un altro modo di scontare la pena sia possibile, senza necessariamente andare in carcere”.

Il congresso ha avuto una partecipazione varia e plurale: erano presenti cappellani, delegati diocesani, volontari, avvocati, lavoratori dell’amministrazione penitenziaria, responsabili di associazioni impegnate nel settore, che hanno offerto la loro testimonianza con l’obiettivo di aprire “un orizzonte di speranza” a chi viene raggiunto da una sentenza di condanna. Una sfida difficile perché “la società in cui viviamo continua a premere per pene più dure”. Una giustizia “vendicativa”, punitiva, alla quale si vuole opporre una giustizia “riparativa”, educativa, umana.

Tra i dati emergenti, il profilo del recluso generalmente caratterizzato da povertà e dissoluzione della famiglia, la presenza di detenuti con malattie mentali (con la necessità di cure che vadano oltre il carcere), l’aumento di reclusi stranieri colpiti da decreto di espulsione e senza possibilità di regolarizzazione, la necessità di una riforma della giustizia minorile nonché dello studio di programmi specifici, alternativi, psicoeducativi per i diversi reati. Si auspica, in particolare, che “le pene alternative non siano un’eccezione ma la regola che concorre al reinserimento del detenuto”, oltre all’elaborazione di politiche preventive attraverso “un’educazione ai valori che aiutino la persona a crescere nella responsabilità e nella libertà”.

Alla Chiesa la Commissione episcopale di pastorale sociale e promozione umana (dalla quale dipende il Dipartimento di pastorale penitenziaria) chiede un “atteggiamento samaritano affinché, attraverso l’accoglienza, l’ascolto e l’accompagnamento dei privati della libertà, si possa nobilitare la loro condizione di persone e figli di Dio”.

Una “sensibilità misericordiosa” che aiuti il detenuto nel suo cammino di riconciliazione con se stesso, con la vittima e con Dio. Tale cammino deve coinvolgere le comunità cristiane: “Siano aperte ad accogliere i detenuti in semilibertà come un membro in più della comunità” nel cammino verso il loro reinserimento sociale e spirituale; e “promuovano il volontariato come mezzo di incarnazione della Chiesa nel mondo carcerario e con spirito di redenzione”.

La società è invece sollecitata a “un cambio di mentalità”: superare il binomio crimine-carcere, immaginare il prigioniero sulla via della reintegrazione, investire in politiche di prevenzione e sviluppo e favorire una maggiore giustizia sociale. A magistrati e giudici si chiedono sentenze che prendano in considerazione il condannato “senza condizionamenti sociali e mediatici”, ipotizzando (“con coraggio”) quando possibile misure alternative al carcere e favorendo il suo futuro reinserimento. In particolare, per i malati di mente, che “la cella sia l’ultima soluzione possibile”, privilegiando strade che aiutino il trattamento sanitario e l’eventuale guarigione.

La scommessa è quella della “giustizia riparativa” come via per “responsabilizzare, riconciliare e reintegrare vittima, delinquente e società, per il bene di un sistema penale e penitenziario più giusto e umano”. Ma anche i mezzi di comunicazione sono chiamati a fare la loro parte, per esempio bandendo il sensazionalismo e l’invadente copertura mediatici dei crimini, e inoltre pubblicando i risultati positivi raggiunti fuori dal carcere dai detenuti in semilibertà. Il sogno - conclude la dichiarazione - è quello di “un mondo in cui ci siano sempre meno prigionieri, un mondo che vada oltre il carcere per il recupero delle persone, in cui le pene vengano eseguite attraverso misure alternative in un ambiente sociale e familiare positivo, consapevoli che isolare un individuo non lo aiuta alla sua guarigione”.