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di Paola Del Vecchio


Avvenire, 13 ottobre 2019

 

I media anticipano la sentenza del Tribunale Supremo, che sarà pronunciata domani, contro dodici politici che dichiararono l'indipendenza nel 2017. Escluso il golpe. "Saranno dodici gli anni inflitti a Junqueras". Nel rovente autunno secessionista del 2017 in Catalogna non ci fu una ribellione con una violenza diretta a sovvertire le strutture dello Stato.

Ma i leader indipendentisti furono promotori di una "sedizione tumultuosa", per impedire l'applicazione di leggi statali e dichiarare unilateralmente l'indipendenza. La conclusione della sentenza di condanna dei nove dirigenti catalani in carcere emessa dal Tribunale Supremo, che sarà pronunciata domani, ma è stata già anticipata da tutti i quotidiani e la tv nazionale.

A due anni dal fatidico referendum illegale del primo ottobre - cui l'allora governo di Rajoy rispose con cariche nei seggi - e dalla successiva dichiarazione di indipendenza lasciata senza effetto, l'alta corte considera accreditata per sei ex "conseller" anche l'accusa di malversazione di fondi per la convocazione delle urne. Secondo fonti giudiziarie, il cumulo di reati comporterà per Oriol Junqueras, l'ex vicepresidente catalano e leader di Erc, la pena più pesante: 12 anni di carcere, vicina al massimo dei 15 previsti per la sedizione.

Con pronunciamento unanime, la Corte, presieduta dal giudice Manuel Marchena, avrebbe così sposato la tesi dell'Avvocatura dello Stato, che ha escluso la ribellione, sostenuta dal pro, punita fino a25 anni di carcere. E. che aveva sollecitato 11 anni e mezzo per gli ex conseller Iordi Turull, Josep Run, Maquim Form, Raul Romeva e Dolors Bass; 10 per l'ex presidente del Parlament, Carmen Forcadell e 8 per i "due lordi", Sanchez e Cuixart, leader dell'Anc e di Omnium.

I tre giudicati a piede libero, Santi Vila, Carles Mondó e Meritxell Borràs, pagheranno per la sola disobbedienza. Significa che, dopo 2 anni di prigione preventiva scontati, la cupola politica potrebbe presto lasciare le celle per accedere alla semilibertà. Non servirà comunque a raffreddare il clima rovente e lo "tsunami democratico" in risposta al verdetto in Catalogna. La mobilitazione in nome della "disobbedienza civile", un'azione di forte impatto, che duri il più a lungo possibile, preparata dal popolo indipendentista.

Due anni dopo lo strappo, il conflitto catalano resta senza sbocco, nonostante l'avvicendamento del governo di Slinchez con quello di Rajoy. Con l'ex president Puigdemont e 5 ex conseller riparati all'estero, l'attuale "govem" del successore Quim Torta è fermo su posizioni oltranziste, distanti da quella più pragmatica di Esquerra Republicana, decisa ad abbandonare l'unilateralismo. Ma ricompattate nella difesa dei "prigionieri politici", dopo aver approvato nel "Parlament" una mozione che reclama il ritiro della guardia civile dalla regione e l'indulto.

E l'irrisolta questione territoriale resta un fulcro dell'instabilità politica, alla vigilia delle quarte elezioni in 4 anni, il 10 novembre. La sentenza aggrava il solco fra separatisti e unionisti, che ieri hanno marciato in 10mila a Barcellona, con i leader di Ciudadanos, Pp e Vox, per esigere mano dura e l'arresto di Carles Puigdemontin "esilio" in Belgio.

E da Waterloo in videoconferenza a Terrassa, l'ex president ha esortato "a reagire", al verdetto "farsa". La fuga di notizie sui media ha tenuto banco a Madrid al tradizionale ricevimento per la festa nazionale al palazzo reale, dove il giudice Marchena, fra gli invitati, ha ricordato che la sentenza non è firmata e che possono esserci "discrepanze fino all'ultimo momento" fra le 7 toghe della Corte. Poco distante, il premier Sanchez assicurava che governo ha "previsto ed è pronto a tutti gli scenari".