di Alessandro Oppes
La Repubblica, 22 giugno 2021
"È il momento della riconciliazione". Condannati due anni fa a pene fino a 13 anni per il referendum illegale del 2017, torneranno presto in libertà. Il presidente regionale Aragonès: "Un passo insufficiente e incompleto, ma facilita il dialogo". Un passo verso la riconciliazione tra Madrid e Barcellona, dopo una lunghissima fase di gelo. A quasi quattro anni dall'ondata di arresti seguiti al referendum illegale, a due dalle pesanti condanne inflitte dal Tribunale Supremo spagnolo, i 9 leader politici catalani in cella saranno presto rimessi in libertà grazie all'indulto che verrà formalizzato domani dal Consiglio dei ministri. Per annunciarlo, il presidente Pedro Sánchez è andato a Barcellona, dove ha tenuto una conferenza al Gran Teatre del Liceu, scenario tra i più emblematici della capitale catalana.
Occasione per spiegare le ragioni di una scelta difficile, destinata con ogni probabilità ad avere conseguenze anche dal punto di vista della politica nazionale, sulla popolarità stessa dell'esecutivo. Per questo Sánchez ha voluto subito precisare che il governo non intende mettere in discussione le decisioni giudiziarie prese dall'Alta Corte - che ha inflitto ai dirigenti indipendentisti condanne fino a 13 anni per sedizione e malversazione - ma che intende solo creare un nuovo quadro politico in cui sia possibile ricostruire un rapporto tra la Catalogna e la Spagna. Mettere da parte il passato e guardare al futuro, favorire la convivenza.
Una linea che trova d'accordo, secondo i sondaggi, almeno tre quarti dei cittadini catalani, quindi anche una parte consistente di coloro che non sono indipendentisti. Sostegno all'indulto è stato espresso anche dai vescovi catalani e dagli imprenditori (tanto dalla Ceoe, la Confindustria spagnola, come da Foment del Treball, l'organizzazione imprenditoriale regionale), preoccupati dalle conseguenze che la rottura istituzionale del 2017, con il referendum del 1° ottobre e il conseguente commissariamento della Generalitat, il governo locale, ebbe sull'economia. Per la ricostruzione post-Covid, è fondamentale che non ci sia più una situazione insostenibile di tensioni politiche e sociali.
Le tensioni, in realtà, esistono ancora, e lo si è visto proprio con la contestazione inscenata da alcuni gruppi indipendentisti davanti al Liceu contro Sánchez. Respingono l'indulto, pretendono l'amnistia e l'autodeterminazione. Un segnale della divisione che si acutizza all'interno del movimento indipendentista, la frattura ormai evidente tra i repubblicani di Oriol Junqueras e il partito Junts per Catalunya di Carles Puigdemont. Per la prima volta oggi si è sentito in piazza lo slogan "Junqueras, non ci rappresenti", mentre gli stessi manifestanti scandivano "Puigdemont, il nostro presidente". Junqueras è il politico che ha subito la condanna più pesante al processo di due anni fa: 13 anni di carcere.
E ora che sta per recuperare la libertà (anche se, come per gli altri condannati, non verrà cancellata l'interdizione dai pubblici uffici) finisce nel mirino delle frange più duro del separatismo perché considerato troppo moderato. La sua ultima "colpa", quella di aver inviato nei giorni scorsi una lettera ai giornali in cui fa autocritica, difende il negoziato con lo Stato, appoggia un referendum concordato con il governo centrale, rifiuta la via unilaterale nell'affrontare la questione indipendentista. Una lettera che ha contribuito ad accelerare la scelta di Sánchez per l'indulto, ma che non va giù al fronte separatista che fa capo a Puigdemont.
I due partiti indipendentisti, cento giorni dopo le elezioni regionali di febbraio, hanno finalmente formato il nuovo governo della Generalitat. Ma con rapporti di forza invertiti rispetto a quanto avvenuto finora: per la prima volta, è il partito di Junqueras, Esquerra Republicana, ad avere la guida del governo, con Pere Aragonès. Che oggi non si è presentato al Liceu a sentire il premier (non era presente nessuno dei componenti dell'esecutivo catalano) e che ha definito l'indulto "un passo insufficiente e incompleto, ma che facilita il dialogo".
Esquerra è uno dei partiti che, a Madrid, sostengono la maggioranza Psoe-Podemos guidata da Sánchez. Nonostante i distinguo, il decreto di indulto servirà comunque per consolidare l'alleanza e garantire alla coalizione di sinistra una maggioranza parlamentare ampia. Sul fronte delle opposizioni si annuncia invece una dura battaglia contro i socialisti "traditori" dell'unità nazionale, accusati aver svenduto la Spagna agli indipendentisti catalani. Una settimana fa sono scesi in piazza insieme i rappresentati di Vox, Partito Popolare e Ciudadanos, ma è la formazione di estrema destra di Santiago Abascal quella che spera di ottenere il maggior reddito politico da questa offensiva.
Per la verità, le destre in piazza non sono riuscite a mobilitare grandi folle, a differenza di quanto era accaduto con altre iniziative convocate negli anni scorsi. E anche la raccolta di firme contro l'indulto è stata un mezzo fiasco. Ciò che più teme Sánchez, in realtà, sono i malumori che la svolta può creare in una parte dell'elettorato socialista, in particolare in alcune regioni dove è più forte il sentimento anti-nazionalista. Ma la speranza del premier - a due anni dalle prossime elezioni politiche - è che i grandi progetti di ricostruzione post-pandemia, da realizzare con l'imponente flusso di finanziamenti in arrivo dall'Ue, possano ridare respiro al governo.











