osservatoreromano.va, 5 ottobre 2022
Per oltrepassare i confini che separano. In dialogo con Amir Issaa che usa il rap per educare i giovani detenuti. Una Shangai di orticelli, strade, reti metalliche, villaggetti di tuguri, spiazzi, cantieri, gruppi di palazzoni, marane”. Così, in “Ragazzi di vita” (1955), Pier Paolo Pasolini descriveva Tor Pignattara, una delle periferie storiche di Roma, che dagli anni Novanta ha visto cambiare radicalmente la sua geografia umana, trasformandosi da borgata rurale della prima migrazione italiana in un quartiere con una forte presenza straniera.
Parte proprio da queste strade brulicanti di vita, da questo concentrato multiculturale, la storia del rapper e scrittore italo-egiziano Amir Issaa, il quale del connubio tra parola e musica ha fatto la sua cifra distintiva e la sua missione. La stessa “missione di educazione, di civiltà nei confronti dell’Italia”, della quale scriveva un giovane Pasolini nella lettera a un amico: era il 1943 quando lo scrittore e poeta già svelava il desiderio d’impegno civile e la passione pedagogica che ritroviamo anche in Amir, volto di una nuova Italia che sta cambiando rapidamente.
Passando dai graffiti alla street art, dallo hip hop al rap e dalla scrittura ai laboratori educativi musicali nelle scuole e nei penitenziari minorili, Amir - compositore anche della colonna sonora del pluripremiato film Scialla! - ha messo la propria creatività al servizio dei più giovani, in particolare di quanti devono scontare una pena in una struttura detentiva. Parlando con il nostro giornale va dritto al sodo, definendosi “un rapper, una persona che usa le parole per esprimersi, uno scrittore”. In lui memoria del passato, consapevolezza del presente e aspirazioni future s’intrecciano in cerca di un equilibrio, ricercato sin da piccolo, anche tra più mondi, che diventa armonia in versi e in musica.
Finito in carcere il padre, a tre anni rimase solo con la madre, mentre nella sua vita in bilico il rap diventava l’àncora di salvezza. “Da bambino i problemi familiari mi avevano portato a chiudermi. Non era facile accettare che mio padre fosse detenuto”. Poi è arrivato il rap. “Ho capito da subito che poteva essere un mezzo per esprimermi e da lì ho iniziato a scrivere, a sprigionare le emozioni”. Con la catarsi il rap di Amir si è fatto poesia e la parola poetica un’esperienza culturale condivisa.
Con gli anni ha iniziato a usare questo genere musicale come strumento di rieducazione, pubblicando “Educazione rap” (Add editore, 2021), per offrire occasioni di riscatto ai giovani detenuti. L’invito a oltrepassare i confini che separano e isolano è arrivato per la prima volta dalla comunità di Sant’Egidio, con cui nel 2010 ha realizzato un laboratorio nel penitenziario minorile di Casal del Marmo a Roma.
“Il rap è associato, spesso in maniera superficiale, alla delinquenza, alla vita di strada, alla periferia; io invece negli ultimi anni ho portato il rap anche in altri luoghi. Ho collaborato con tante realtà cattoliche, tra cui Caritas e Centro Astalli, facendo alfabetizzazione per stranieri proprio con il rap. Se non ci fossero queste organizzazioni che si occupano dei più fragili, delle persone lasciate indietro, tante attività non si farebbero. Se non ci fosse la Caritas a fare un pranzo di Natale a Rebibbia, per i detenuti sarebbe un giorno come un altro”.
L’esigenza è sempre la stessa: “Portare uno strumento, il rap, che mi ha aiutato tanto, a dei ragazzi che stanno vivendo, come me in passato, un momento difficile. Esprimersi, plasmare la rabbia e farla diventare qualcosa di positivo per sé e per gli altri è davvero possibile”. La creatività serve anche a questo. Amir definisce il rap “una musica rudimentale”, che richiede semplicemente una fonte audio, carta e penna. “Non servono una band o strumenti musicali. Basta avere qualcosa da raccontare”. In alcune strutture carcerarie - spiega con rammarico - ti danno il minimo e il minimo è una stanza con i ragazzi. Ma non importa, perché il rap serve innanzitutto a catturare la loro attenzione e a farli lavorare sulle emozioni, per esorcizzare le paure, in modo da riuscire a vivere spazi di “libertà”. “La mia filosofia è aprire le celle e fare entrare chi vuole entrare in questo spazio”. Ci sono anche quelli che decidono di non fare niente. Ciò che conta però è trascorrere un po’ di tempo assieme, da amici, da fratelli. Proprio la fratellanza, “che nasce tra quelle persone, che fuori da quelle mura sarebbero invece distanti anche per status sociale, mi ha molto colpito”.
Amir ci tiene a specificare che il suo non è un corso né una scuola di rap, e addirittura fatica a chiamarlo laboratorio. “A loro dico “ragazzi siete arrabbiati, vi capisco, pure io lo sono stato. Proviamo insieme a fare qualcosa, a scrivere”. Per me è importante condividere la mia esperienza: porto la mia testimonianza da figlio di un detenuto e di un immigrato. Secondo me questo fa la differenza sia per i ragazzi sia per gli adulti detenuti, che in me vedono il figlio che non ha seguito il loro esempio negativo. La mia storia penso sia per loro fonte di speranza”.
“Dietro le sbarre” ci è finito non per aver commesso un crimine, bensì perché lì “ho portato il mio libro, ho portato parole”, sottolinea Amir. Il suo primo libro, Vivo per questo (Chiarelettere, 2017), è stato presentato proprio alla biblioteca di Regina Coeli, dove per tanti anni andava a trovare suo padre. “Questa è stata la mia esperienza più significativa”. Però, confida, non si tratta di fare semplicemente il volontario. “La prigione è un luogo che mi appartiene, in quanto simbolicamente vado a trovare anche gli amici di mio padre, che non c’è più”. L’impatto emotivo è dunque sempre molto forte, perché ogni volta si riapre una ferita, ma allo stesso tempo - spiega - è una necessità, una terapia e un’esperienza formativa.
“Malgrado i ragazzi detenuti siano vittime di pregiudizi, hanno tante cose da dire, ma devono trovare il modo per raccontarle. Hanno voglia di riscatto. Il rap e la scrittura in questo caso diventano un “media”. Tra l’altro per loro è un genere divertente, che già conoscono. Spesso ammirano i rapper, ma non si sentono all’altezza di provare. Quindi uso il loro linguaggio. Secondo me questa è la forza. Io, ad esempio, ho iniziato prima con il rap e dopo sono arrivato a scrivere liberamente, senza una base musicale, facendo narrativa”.
Per alcuni adolescenti di origine straniera si pone però anche il problema della lingua, perché sono arrivati in Italia da poco. Ma Amir è riuscito a coinvolgerli, facendoli rappare nelle loro lingue. “Mi è capitato anche che qualcuno non sapesse scrivere; in quel caso l’ho fatto ballare all’interno del gruppo. Bisogna comunque dare a tutti la possibilità di esprimersi, farli sentire importanti. Ricordo un ragazzo si vergognava di saper parlare ancora solo l’arabo, lingua nella quale l’ho incentivato a raccontarsi. A quel punto non ha scritto un testo, ma ben dieci in soli due giorni. Ho capito così che aveva solo bisogno di trovare il modo per far fluire le emozioni. Tuttavia “mi è capitato di leggere testi di ragazzi che sono pessimisti, che vedono il buio quando stanno là dentro. Sono arrabbiati, non vedono una via d’uscita”. In carcere si viene azzerati e si è “quasi tutti” uguali. La speranza di avere una seconda possibilità dipende dal sostegno familiare: il divario è fra chi riceve visite e affetto da parte di parenti e amici e chi, non avendo nessuno, avverte l’abbandono, come i tanti minori non accompagnati, partiti dall’altra sponda del Mediterraneo.
In questi giorni Amir ha visitato insieme alla Fondazione Treccani Cultura il penitenziario minorile di Airola (Benevento), con il progetto Ti Leggo. Le frontiere della lettura negli istituti penitenziari minorili, che unisce rap, musica e lettura. L’intento è avvicinare i giovani detenuti alle arti e alla cultura. “I ragazzi hanno letto miei libri, ascoltato i miei brani e scritto dei testi che sono la base di un percorso che facciamo insieme”. In questi anni di attività nelle carceri Amir ha incontrato tanti ragazzi arrivati in Italia con i barconi. Ad Airola ha conosciuto diversi adolescenti di origine nord-africana, che si sono trovati a delinquere, semplicemente perché nessuno li ha accolti. “Io non mi sento di giudicare nessuno, bensì provo a mettermi nei loro panni”.
Da queste esperienze questo artista poliedrico riferisce di aver ricevuto comunque tanto. “Ho imparato soprattutto ad apprezzare la libertà e non è ovvio. Quando esco dai cancelli, mi sento una persona libera di scegliere. Dentro non è così, ti privano di tutto anche degli affetti. È un tempo sospeso, è una punizione, mentre dovremmo interrogarci di più, se realmente il carcere abbia una funzione riabilitativa. Io non ho la risposta, però me lo chiedo. La riabilitazione dovrebbe passare dalla cultura. Bisognerebbe uscire di prigione come persone migliori, non più arrabbiati. Io sono testimone che invece non sempre è così”.
Amir sa bene che le parole possono essere armi, ma si può essere anche “armati di parole” soprattutto quando “l’odio chiama odio”, come recita il brano Cinque del mattino, in cui racconta per la prima volta l’esperienza del carcere vissuta dal padre. E quando la rabbia esplode dentro solo le parole sono capaci di vergare quel tanto temuto e precluso foglio bianco, che allude a una vita tutta da scrivere.










