di Stefano Stefanini
La Stampa, 13 ottobre 2022
Non lasciamoci prendere la mano dalla speranza. La speranza è di pace, la realtà è di guerra. Le condizioni russe per negoziare la prima restano anni luce distanti dal minimo sindacale che l’Ucraina possa accettare.
Non sarà un incontro fra i Presidenti americano e russo, a Bali, fra più di un mese - ammesso che avvenga - a sciogliere i nodi che la guerra di Putin ha tragicamente aggrovigliato in Crimea, in Donbas e nelle città ucraine bersagliate dai suoi missili, fino alle soglie del confine polacco. Solo Vladimir Putin può farlo e, per il momento, non da alcun segno di volerlo fare. Che Joe Biden non escluda (“dipende”, ha detto) di poterlo incontrare è un buon segno, ma le sorti dell’Ucraina non possono essere affidate a un eventuale colloquio russo-americano, a margine del G20. E non è certo quella l’intenzione americana, o della Nato, dell’Ue o del G7, quindi dell’Italia.
Biden segnala semplicemente che la diplomazia non è morta. Per capire però quale sia l’itinerario atteniamoci ai fatti. I fatti sono: escalation del conflitto in cui le forze ucraine sembrano avere il sopravvento; risposta russa con una pioggia di missili contro obiettivi civili in praticamente tutte le città ucraine, di scarsissimo impatto militare ma che potrebbero configurare la fattispecie di crimini di guerra; improvviso desiderio di Putin di parlare con Biden, trasmesso pubblicamente dal suo Ministro degli Esteri. Facciamo pure la tara al “piano di pace” via Elon Musk - Ian Bremmer , alle notizie dell’intelligence britannica sul penoso stato delle truppe russe al fronte, alle minacce di Mosca, di volta in volta irresponsabilmente sbandierate e poi ritirate, di uso dell’arma atomica.
Mettiamo da parte anche i vaneggiamenti di Viktor Orban. Questa non è una guerra russo-americana. È l’invasione russa dell’Ucraina. Dire che gli Usa possono far finire la guerra concludendo un’intesa con i russi è una mistificazione della realtà. Serve però a dare una mano all’amico Vladimir. Il quale è chiaramente in difficoltà, militare, politica ed economica. La si legge nell’impotenza degli attacchi missilistici - tra l’altro poco efficienti - che non raddrizzano le sorti sui campi di battaglia del Donbas; nell’irrefrenabile nostalgia del trattare con la controparte americana da pari a pari come ai bei tempi delle due Superpotenze e basta; nell’inattesa offerta di aprire i rubinetti di Nord Stream 2 dopo aver chiuso - prima del sabotaggio ad opera di incogniti - quelli di Nord Stream 1.
Si vede che il Cremlino comincia ad avere qualche problema di liquidità. “No grazie” rispondono Germania e Ue. C’è un comun denominatore di disperazione. Putin sta fallendo tutti gli obiettivi che si era prefisso - dopo aver inflitto al proprio popolo (oltre che a quello ucraino) perdite di vita umana, costi e onte incalcolabili. Deve limitare i danni, non fosse altro che per conservare il potere. Quindi negoziare. Ma, se lo vuole veramente, deve mettere sul tavolo le annessioni dei territori ucraini, appena fatte e consacrate nella Costituzione russa, in barba al diritto internazionale, alla Carta delle Nazioni Unite del 1945, all’Atto Finale di Helsinki del 1975 e al Memorandum di Budapest del 1994. Questo il vero macigno che sbarra la via diplomatica. Può farlo? Vuole farlo? Volodymyr Zelensky ha escluso il negoziato con Vladimir Putin esattamente a causa delle annessioni. Fino a quel momento era stato lui a chiederlo, da prima dell’invasione. Il Presidente russo l’ha sempre rifiutato. Vorrebbe ora invece negoziare con Joe Biden per ottenere dagli Stati Uniti la resa dell’Ucraina alle sue condizioni. Spera così di vincere sul tavolo diplomatico quello che ha già perso su quello militare - nella guerra da lui voluta e iniziata. Non l’otterrà mai. Un negoziato di pace sulla guerra russo-ucraina deve vedere al tavolo... Russia e Ucraina. L’Ucraina ci si siederà solo quando Mosca rinuncerà al fatto compiuto delle annessioni. A quel punto, e solo a quel punto, Stati Uniti ed europei potranno anche spingere Zelensky alla trattativa. La via diplomatica non è chiusa, ma molto in salita.










