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di Marco Perduca

Il Manifesto, 23 marzo 2022

La minaccia del referendum sull’omicidio del consenziente ha resuscitato lo pseudo-argomento delle cure palliative come alternativa alla “terapia eutanasica” che si sarebbe aperta da una vittoria dei Sì. Un dibattito tutto italiano viziato dalla concezione del dolore come elemento necessario alla crescita personale che, come dimostra la recente proibizione della Ayahuasca, antepone ideologie e dogmi al progresso delle ricerche e delle evidenze prodotte dalla scienza.

Due anni fa, Thomas Hartle ha fatto la storia del suo paese diventando il primo canadese ad avere accesso legale alla psilocibina per fini medici. Hartle non l’aveva mai assunta prima di allora ma il doversi confrontare quotidianamente con l’ansia di una diagnosi terminale, non migliorata dagli ansiolitici prescrittigli, lo convinse a provare.

La psilocibina è una triptammina psichedelica presente in alcuni funghi allucinogeni del genere Psilocybe, Panaeolus, Inocybe, e Stropharia (è anche uno degli ingredienti per l’LSD). Malgrado sia tradizionalmente in uso presso molte popolazioni mesoamericane, e negli anni se ne siano validati alcuni impieghi terapeutici, i “funghi allucinogeni” continuano a esser associati, nella migliore delle ipotesi, alla controcultura degli anni ‘60 e, nella peggiore, alla fusione della corteccia cerebrale.

Hartle è il primo caso in cui un malato terminale ha ottenuto un’esenzione dalle restrizioni legali che in Canada penalizzano l’uso della psilocibina.

Questa terapia compassionevole è frutto dell’iniziativa di una coalizione chiamata TheraPsil (therapsil.ca), che comprende operatori sanitari, pazienti e chiunque voglia aiutare la causa, che dal 2019 aiuta persone in condizioni di necessità medica ad accedere legalmente alla psilocibina con psicoterapie per affrontare “l’angoscia del fine vita”.

Grazie a un’azione legale, TheraPsil è riuscita a creare alcuni precedenti, oltre che mostrare progressi terapeutici tangibili, per consentire l’accesso alla terapia con psilocibina a quattro persone che a causa di malattie terminali vivevano in stato di grave angoscia. Il 4 agosto 2020, Hartle ha ottenuto la prima esenzione ad personam per uso medico di psilocibina da quando questa in Canada fu posta sotto controllo nel 1974. Da allora TheraPsil ha aiutato 27 persone che non vogliono l’eutanasia bensì vivere il tempo che resta loro senza l’angoscia di una morte prematura certa.

Là dove viene portata avanti pubblicamente o privatamente la ricerca continua a dimostrare che l’impiego di queste sostanze, sotto controllo medico e all’interno di piani psico-terapeutici, conferma l’intuizione della Convenzione Onu sulle droghe del ‘61 che prevede la necessità di rendere disponibili piante e sostanze psicoattive per usi medico-scientifici.

Da 60 anni però quel testo viene usato, come ha fatto la Consulta contro il referendum cannabis, per bloccare riforme per usi non medico-scientifici di quanto previsto nelle tabelle.

Il proibizionismo ha frapposto irragionevoli ostacoli anche alla ricerca e alle applicazioni del progresso scientifico nel trattamento di varie condizioni o patologie, per non parlare del male del secolo: la depressione. Nel terzo decennio del Terzo Millennio tocca ancora lottare per evitare che scelte personali contro “il male di vivere” si debbano scontrare con l’illegalità o il carcere.

La pandemia non è (ancora?) riuscita a persuadere le istituzioni che la ricerca sulle “terapie stupefacenti” potrebbe portare a giovamenti strutturali della qualità della vita in molte delle sue fasi. È sempre più urgente aprire un dibattito pubblico per promuovere una cultura della ricerca (scientifica) di serenità e tranquillità e, perché no, della felicità. I tempi sono maturi perché il Ministero retto da Speranza e l’Istituto Superiore di Sanità e il Consiglio Superiore di Sanità inizino a occuparsene seriamente.