di Carmine Paul Alexander Tedesco
lexced.com, 13 ottobre 2025
La Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza di un Magistrato di Sorveglianza che aveva limitato il rimborso delle spese detenuto per l’elettricità di lampade da studio. La decisione originaria escludeva totalmente tali addebiti, ma l’ordine di ottemperanza aveva concesso un rimborso solo parziale e senza motivazione. La Corte ha stabilito che una motivazione apparente equivale a una violazione di legge, rinviando per una nuova valutazione.
Il percorso di rieducazione e reinserimento sociale dei detenuti passa anche attraverso lo studio. Ma chi paga i costi accessori, come l’elettricità per una lampada? Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 46308/2024) ha fatto luce sulla questione delle spese detenuto, stabilendo un principio fondamentale: l’amministrazione penitenziaria non può addebitare al detenuto studente i costi per l’energia elettrica delle lampade necessarie per studiare. Questo caso evidenzia non solo la tutela dei diritti dei detenuti, ma anche l’importanza della motivazione nei provvedimenti giudiziari.
Un detenuto, impegnato in un percorso di studi, aveva ottenuto dal Magistrato di Sorveglianza un’ordinanza che escludeva l’addebito dei costi per l’energia elettrica consumata da due lampade (una da lettura e una da scrivania) fornitegli per motivi di studio. L’ordinanza originaria del 19 marzo 2024 accoglieva pienamente la sua richiesta, stabilendo che tali costi non dovevano essere recuperati nei suoi confronti. Tuttavia, l’amministrazione penitenziaria si era conformata solo in parte a questa decisione. Pur interrompendo gli addebiti dal mese di maggio 2024, aveva già trattenuto delle somme per il periodo compreso tra il 15 gennaio e tutto aprile 2024.
Di fronte a questa esecuzione parziale, il detenuto ha avviato un giudizio di ottemperanza. Il Magistrato di Sorveglianza, con una nuova ordinanza del 25 giugno 2024, ha però ordinato la restituzione delle somme relative al solo mese di aprile 2024, senza fornire alcuna spiegazione per l’esclusione dei mesi precedenti. È contro questa decisione, palesemente illogica e immotivata, che il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione.
La Suprema Corte ha accolto il ricorso, annullando l’ordinanza del Magistrato di Sorveglianza e rinviando il caso per un nuovo giudizio. Il punto centrale della decisione è la violazione di legge derivante da una “motivazione apparente”. La Cassazione ha osservato che il provvedimento originario del 19 marzo 2024 aveva accolto integralmente la richiesta del detenuto, senza porre limiti temporali. Pertanto, l’ordinanza successiva, emessa in sede di ottemperanza, avrebbe dovuto garantire la piena esecuzione di quella decisione, ordinando la restituzione di tutte le somme indebitamente trattenute dal 15 gennaio 2024. Limitare il rimborso al solo mese di aprile, senza spiegare il perché, ha reso la motivazione del giudice meramente apparente, cioè esistente solo in apparenza ma priva di una reale base logico-giuridica. Questo vizio, secondo la Corte, equivale a una totale assenza di motivazione e costituisce una violazione di legge.
Il ragionamento della Cassazione si fonda su due pilastri fondamentali. Il primo riguarda il merito della questione: il principio di risocializzazione del condannato. La normativa penitenziaria, come sottolineato già nella prima ordinanza, incentiva il lavoro e lo studio come strumenti di trattamento. Addebitare al detenuto i costi per l’energia elettrica di una lampada da studio si pone in netto contrasto con questa finalità, creando un ostacolo economico a un diritto fondamentale per il suo percorso rieducativo.
Il secondo pilastro, più tecnico ma altrettanto cruciale, è il dovere di motivazione del giudice. L’articolo 125 del codice di procedura penale impone che ogni provvedimento giurisdizionale sia motivato. Una motivazione è “apparente” quando, pur essendo presente testualmente, non fornisce una spiegazione concreta e comprensibile del percorso logico seguito dal giudice per arrivare a quella determinata conclusione. Nel caso specifico, il Magistrato non ha spiegato perché il diritto del detenuto al rimborso dovesse iniziare solo da aprile e non da gennaio. Questa omissione ha reso la sua decisione arbitraria e, di conseguenza, illegittima.
La sentenza rafforza un principio di civiltà giuridica: il percorso di recupero dei detenuti non può essere ostacolato da oneri economici irragionevoli. Le spese detenuto devono essere attentamente vagliate per non compromettere i diritti fondamentali. La decisione della Cassazione stabilisce che l’Amministrazione Penitenziaria deve dare piena e completa esecuzione ai provvedimenti del giudice che tutelano tali diritti.
Inoltre, il caso ribadisce l’importanza cruciale della motivazione come garanzia di giustizia. Un giudice non può limitarsi a decidere, ma deve spiegare il perché della sua scelta in modo chiaro e logico. In assenza di una motivazione solida, la decisione è vulnerabile e può essere annullata, assicurando che ogni atto giudiziario sia il risultato di un ragionamento trasparente e conforme alla legge.










