di Roberta Marchetti
today.it, 23 maggio 2025
In carcere da innocenti. In Italia fino a 50 milioni di euro l’anno per i risarcimenti, ma molti restano dentro. Ne parliamo con l’avvocato Gabriele Magno, fondatore dell’associazione Articolo 643, che tutela le vittime di errori giudiziari. E se fosse innocente? È la domanda ricorrente davanti ai più oscuri casi di cronaca nera - negli ultimi anni trasformati spesso dai media in fiction noir -, quando il presunto colpevole finisce in carcere. ‘Presunto’ mai come questi tempi, in cui abbiamo imparato a dubitare anche dopo il terzo grado di giudizio. Garlasco docet, con la condanna di Alberto Stasi a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, in queste settimane davanti a una nuova indagine che potrebbe spazzare via la verità processuale e trovare un altro colpevole.
Prendendo spunto da questo, ma tenendoci alla larga dal becero sensazionalismo, affrontiamo la seria questione degli errori giudiziari che portano all’ingiusta detenzione. Tema spinoso che solleva da tempo molti dubbi sul modus operandi della magistratura e sulle sue responsabilità.
Ingiusta detenzione, centinaia di casi all’anno - Dal 2000 l’avvocato Gabriele Magno dà supporto alle vittime di malagiustizia con la sua associazione culturale “Articolo 643”. Sono stati i primi in Italia a farlo e oggi la loro struttura conta circa 15 avvocati, oltre a consulenti di parte su tutte le materie. Un lavoro di squadra per offrire supporto professionale e tutela giuridica nelle opportune sedi.
Prezzi calmierati, “perché queste persone sono state vittime anche di esborsi elevati”, e nuove indagini, spiega a Today.it: “Seguiamo centinaia di casi all’anno. Ci contattano quando un grado di giudizio è andato male, oppure dopo la Cassazione. Per poter riaprire un processo, però, sono necessarie nuove prove, allora abbiamo un criminologo e una squadra di investigatori che per nostro conto svolgono investigazioni su tutto il territorio nazionale. Da queste attività esce fuori spesso qualcosa di determinante, così riusciamo a portare a casa grandi risultati”.
Quanto costano i risarcimenti - Riaprire un processo, però, è tutt’altro che semplice, e ancora più difficile è che la magistratura ammetta l’errore. Sono circa un migliaio le persone che ogni anno in Italia vengono risarcite per errori giudiziari, la maggior parte per ingiusta detenzione. Lo Stato spende mediamente dai 35 ai 50 milioni di euro per gli indennizzi. Circa 250 euro per ogni giorno di carcere, 125 per i domiciliari, arrivando a un massimo - a prescindere dal tempo che si è trascorso in galera - di 516 mila euro.
“Un dato allarmante, visto il capitolo delle spese di giustizia”, continua l’avvocato Magno, che afferma: “Per ovvi motivi la magistratura ha il chiaro interesse di limitare al minimo questi numeri. Più ingiuste detenzioni ed errori giudiziari ci sono, più in qualche modo non ne esce bene. La tendenza, quindi, è di non concedere l’opportunità di riaprire il processo”.
Trovare un colpevole a tutti i costi - Chiaramente in casi plateali non è possibile fare altrimenti, e se uno di questi fosse proprio quello di Garlasco, Gabriele Magno evidenzia una cosa importante: “Per un omicidio normalmente si prendono 30 anni, Stasi ne ha presi 16. Nel nostro ambito si dice ‘poca prova, poca pena’. Evidentemente sono sempre state poche le prove contro di lui, e addirittura che dopo tutti questi anni esca fuori una verità alternativa è inquietante”.
“I magistrati vivono nell’impunità assoluta” - Questo, oltre ai risarcimenti, è l’altro motivo per cui la magistratura sarebbe restia ad ammettere i propri errori: “Quando l’opinione pubblica vuole un colpevole, il magistrato si sente messo alle strette e cerca a tutti i costi di trovarlo. Ma va cercato il colpevole, non un colpevole. È fondamentale esercitare l’azione penale solo dove ci sono prove schiaccianti. Non ci si può convincere della colpevolezza di un soggetto, per cui anche di fronte a prove che lo scagionano si preferisce non prenderle in considerazione pur di perorare l’idea iniziale. Gli errori giudiziari dipendono quasi sempre da questo”.
E da un altro aspetto, che spiega bene: “Se l’avvocato non è in grado di bilanciare il potere del pm, si crea una sproporzione che limita l’imputato. La difesa deve essere all’altezza dell’accusa e spesso, purtroppo, non è così”.
“Conosco decine persone all’ergastolo ingiustamente” - L’esperienza dell’avvocato Magno sul campo è importante e non contempla - purtroppo - solo casi di successo: “Conosco decine di persone all’ergastolo ingiustamente, e non parlo del sentito dire, ma ho le carte. Ho portato alla Corte d’Appello un caso noto a Genova - racconta -. Un bambino di pochi mesi ucciso brutalmente qualche anno fa. Abbiamo dimostrato che lo ha ucciso la madre, portando prove schiaccianti, ma ci hanno detto che non erano sufficienti. In carcere c’è l’ex amante della donna, che la conosceva da un mese. Mancava anche il movente, ma hanno condannato lui. In Italia una persona che viene assolta non potrà più essere condannata, per cui il magistrato che avrebbe dovuto riaprire il processo si è trovato davanti a questo dubbio. Vero è che c’è un innocente dentro, ma se scagiono lui chi l’ha ucciso il bambino? La madre l’ho già assolta e non è processabile, allora faccio finta di nulla. Questo è il ragionamento”. Un atteggiamento sempre prudente riguardo alla riapertura dei processi, dunque: “Mai esporre la magistratura al pubblico ludibrio”.
Il risultato sono tante, troppe, vittime che non solo si vedono private della libertà, ma assistono inermi a una disfatta economica, alla distruzione della loro reputazione, dignità, subiscono il pregiudizio sociale e spesso perdono anche legami familiari e affettivi. Per cambiare passo, secondo Gabriele Magno, è necessario caricare sulle spalle dei magistrati la giusta responsabilità: “Dal 1989, anno di applicazione della normativa sulla responsabilità civile dei magistrati - prosegue - le statistiche sono inquietanti. Vengono aperti pochissimi procedimenti, in pochi finiscono per incappare in sanzioni disciplinari. C’è un sistema che non vuole ammettere i propri errori, c’è una categoria impunita e questo è un pessimo messaggio per la collettività”.
La necessità di una riforma - C’è una bassissima fiducia, ormai, nel corpo giudicante. Questo è un dato di fatto. Che sia necessaria, o meglio urgente, una riforma, lo rivendica a Today.it anche Massimiliano Notarangelo, presidente dell’Unione Nazionale per la Difesa delle Vittime della Malagiustizia e della Burocrazia (UNDiViM), associazione di cittadini nata nel 2018 che oggi conta circa 4 mila iscritti. Tutte vittime di errori giudiziari, come lui: “Ho patito il sospetto, da innocente - racconta - accusato di reati da ‘colletti bianchi’ per la mia attività in associazioni e nella politica locale di La Spezia. Ho subìto una serie di indagini, poi finite nel nulla, che però mi hanno procurato danni importanti alla reputazione”.
Quello che sottolinea Notarangelo è l’esigenza di togliere ai magistrati la possibilità di interpretare la legge: “Andrebbe introdotta la ratio legis in tutte le leggi di nuova edizione. Il magistrato deve applicare la volontà del legislatore, non dare la sua interpretazione”. E soprattutto: “Un’altra proposta che facciamo è la creazione di un’autorità esterna che giudichi l’operato dei magistrati. È l’unica categoria che quando sbaglia o paga poco, o non paga proprio perché si autogiudica”.











