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di Raffaella Calandra

Il Sole 24 Ore, 17 luglio 2026

Glauco Giostra racconta le vite di due detenuti e di un riscatto imprevisto. I suoni, innanzitutto. E l’aria, che può cambiare a seconda del direttore. Gli sguardi. E un dialogo così intenso da non aver bisogno neanche di parole. Ancora una volta Glauco Giostra apre le porte del carcere. Non più solo da studioso e coordinatore di progetti di riforma rimasti un punto di riferimento nel dibattito teso ad un volto costituzionale della pena. Stavolta attraversa i cancelli dei penitenziari col registro della narrativa. Per raccontare e dimostrare a quanti più lettori possibili che “Se fioriscono le spine” - titolo del suo romanzo per le Edizioni Menabò (pagg 165, 18 euro) - fiorisce alla fine l’intera società.

“Il lento, rugginoso cigolio dell’enorme portone del penitenziario che si richiudeva alle sue spalle venne subito rimpiazzato dal ferroso scorrere dei chiavistelli e dal rotondo girare delle chiavi”. C’è l’aria ferma di molti istituti di pena - in questo momento di sovraffollamento record e temperature roventi in sofferenza come non mai - sullo sfondo della storia di un’amicizia tra due vite segnate dal contesto, dal dolore e dagli errori. Quella di Antonio e del Muto, due detenuti, e prima soprattutto due uomini provenienti da una condizione di marginalità troppo spesso trascurata, negletta. Come per la gran maggioranza dei reclusi, in assenza di solidi progetti rieducativi e concrete occasioni professionali, anche i due protagonisti del libro, emblema di tante storie vere di chi sta dentro, ricadono nel crimine una volta riacquistata la libertà. Sembrano destinati solo ad una reiterazione di reati e quindi di carcere. In realtà proprio una delle scorribande malavitose si trasforma alla fine nell’ occasione di riscatto più autentica: Antonio e il Muto, che poi muto non era, pur di sottrarre una donna ad un tentativo di brutale violenza sessuale non scappano, non sfuggono ad un nuovo arresto e a tutto quello che comporta. E che loro ben conoscevano.

In quel momento comincia un’altra storia per loro. Ed è la storia della riconoscenza di Aurora verso i suoi salvatori, anche se nascosti dietro una fedina penale da criminali recidivi; è la storia dei pregiudizi che la donna incontra, negli sforzi per aiutarli, all’interno suo mondo borghese. Come molto spesso avviene, nei confronti di chi ha lo stigma della detenzione. Ed è la storia della cura, faticosa e collettiva, necessaria perché anche le spine riescano alla fine ad offrire la bellezza di un fiore. Inaspettato. Fragile.

Accanto alle vicissitudini dei protagonisti - raccontate da Giostra, professore emerito di procedura penale alla Sapienza di Roma, con l’autenticità di chi conosce davvero e in profondità il mondo dei reclusi - si incontrano poi tanti altri volti e tanti fermo-immagine della quotidianità penitenziaria. Con le sue regole e i suoi rituali; con la sua variegata umanità; con la cicatrice che i più si portano addosso anche quando tornano ad avere davanti un orizzonte senza grate e barriere. É lo stupore incredulo di chi si ritrova dopo tanto tempo fuori, nella “luce finalmente vera”, a “guardare scorrere la vita degli altri”. “Lo colpiva la normalità”, scrive l’autore. Ed è proprio cosi: i detenuti che escono per la prima volta in permesso dopo una detenzione durata caso mai anni raccontano tutti quel senso di profondo spaesamento. Nei confronti di una città che nel frattempo non è più quella che conoscevano; senza più i loro punti di riferimento; con ritmi e abitudini in cui non si ritrovano. Rimasti come congelati alle esperienze di prima. Prima che il portone del carcere si chiudesse alle loro spalle. E tutto è diventato ancora più vistoso in epoca di tecnologia spinta e innovazioni veloci. Anche se le cronache dimostrano come al di là delle mura entra di tutto.

“Se fioriscono le spine” è l’ultima fatica di un giurista, da sempre impegnato nel consolidamento di una dimensione costituzionale della pena. Con precisi progetti di riforma, elaborati anni fa dalla Commissione da lui presieduta e riproposti da ultimo nel dibattito, tra gli altri, dai presidenti dei Tribunali di sorveglianza di Milano e Firenze, Marcello Bortolato e Fabio Gianfilippi. E ora il suo impegno è affidato ad un romanzo, i cui proventi Giostra ha scelto di devolvere alla popolazione detenuta. Come direbbe il Muto, citando la sua amata Divina Commedia, l’unico libro che continuava a leggere e rileggere per conservare il legame con la madre che gliel’aveva donato - “qui per quei di là molto s’avanza”. La vita dentro il carcere può migliore molto con l’aiuto di chi è fuori.