di Francesco Carlini
Avvenire, 12 giugno 2020
Dallo scorso 1° giugno nelle carceri italiane è nuovamente possibile celebrare le Messe dopo il periodo di restrizione a causa del coronavirus. In quello di Spoleto (provincia di Perugia) ieri sono ripresi ufficialmente i momenti di preghiera.
Dall'11° piano della torre del carcere l'arcivescovo di Spoleto-Norcia, Renato Boccardo, assieme al cappellano don Eugenio Bartoli, ha presieduto la liturgia della Parola trasmessa in filo diffusione in tutta l'area del penitenziario. I detenuti erano dietro le sbarre delle finestre delle celle con lo sguardo all'insù verso la torre per partecipare.
Nel carcere di Spoleto si trovano 430 detenuti. Dall'inizio della pandemia sono stati eseguiti tre cicli di tamponi, sempre tutti negativi. "È stato un periodo molto penoso e duro", ha detto il direttore Giuseppe Mazzini.
"I detenuti sono stati limitati nella possibilità di parlare con i loro congiunti e sono state interdette le visite personali. Ma con un grande sforzo dell'amministrazione penitenziaria abbiamo cercato di lenire queste ferite favorendo colloqui coni familiari tramite Skype".
E i reclusi di Spoleto hanno manifestato la loro solidarietà al lutto e alla sofferenza di tante persone realizzando un telo di grandi dimensioni sistemato nell'alta torre con scritto: "L'Italia chiamò. Solidarietà e speranza non hanno barriere. Uniti andrà tutto bene". Girolamo, siciliano di Siracusa, da 28 anni in carcere (23 dei quali a Spoleto) afferma: "Abbiamo capito che la situazione era dura nel vedere le immagini dei camion dei militari portare via i morti dal Nord Italia. Abbiamo pianto e sofferto con tutto il Paese, perché noi siamo un "mondo" che è parte integrante del mondo che sta al di là di questi muri".
Anche per Vincenzo di Napoli, fine pena mai, il tempo del Covid-19 "è stato difficile. Dobbiamo però ringraziare la direzione che ci ha dato la possibilità di sentire con frequenza i nostri familiari. E ringraziamo soprattutto Dio che ci dà speranza per il futuro". L'arcivescovo Boccardo ha detto ai detenuti, al personale della polizia penitenziaria, a quello amministrativo e sanitario: "Sono qui per un momento di preghiera comune, per celebrare il messaggio di libertà dall'assalto del virus che speriamo si completi sempre di più, ma soprattutto per ricordarci quella libertà interiore che nessuno può limitare.
Abbiamo bisogno tutti, sia voi che abitate qui sia noi, di liberarci da ciò che ci impedisce di camminare con passo spedito sulla via della verità e del bene. Venire qui è un segno per avviarci insieme alla ricerca della libertà che permette di allontanare da noi ogni forma di male e guardare con speranza al futuro. Come Chiesa, cari amici detenuti, vi siamo vicini, vi diciamo la nostra solidarietà e vi assicuriamo quella compagnia fatta di piccoli segni e gesti che possono alleviare anche la sofferenza dovuta alla lontananza dalla propria famiglia".
Dopo la benedizione dell'arcivescovo, un piccolo coro di reclusi ha eseguito tre brani (l'Inno d'Italia, Azzurro di Adriano Celentano e Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno). È stato l'omaggio dei detenuti ai sanitari italiani, rappresentati dai medici e infermieri che svolgono servizio nel carcere di Spoleto. Ed ora nella casa di reclusione riprenderanno, nel rispetto delle norme di distanziamento, le celebrazioni eucaristiche. "Siamo certi- dice il direttore Mazzini - che il ritorno della dimensione spirituale favorirà la pace del cuore e dell'anima e quindi anche quella dei corpi dei detenuti".










