La Provincia, 12 settembre 2026
Al percorso hanno partecipato nove detenuti. Imparare a riconoscere la paura, fermare la rabbia prima che diventi un gesto aggressivo, chiedere aiuto e recuperare la capacità di prendersi cura degli altri. Sono alcuni degli obiettivi del laboratorio di regolazione emotiva con gli animali realizzato tra gennaio e giugno 2026 nel carcere di Spoleto. Al percorso hanno partecipato nove detenuti, sei dei quali sono stati poi coinvolti nella valutazione finale. Il progetto è stato promosso dall’associazione “Una zampa per Birillo” con il coinvolgimento della vice direttrice Giada Gatticchi e dell’educatrice Anna Benedetta Bonfigli. Il lavoro è stato seguito dalle psicoterapeute Giusy Mantione e Francesca Fortunati, con la presenza di tre cani: Lilli, Plinio e Musetta.
Il carcere ospita 529 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 456 posti (dati Antigone). In questo contesto, la relazione con gli animali è stata utilizzata come strumento per affrontare emozioni spesso difficili da esprimere in un contesto carcerario. I cani non giudicano e non conoscono la storia delle persone con cui entrano in relazione: reagiscono alla presenza, alla voce, ai gesti e alle attenzioni che ricevono. Questo ha permesso ai detenuti di sperimentare modalità diverse di relazione. Uno dei partecipanti ha definito il laboratorio “l’unico luogo dove poter essere autentici”, mentre per un altro gli incontri hanno rappresentato una pausa dalla quotidianità del carcere. Ci sono stati anche momenti di forte coinvolgimento emotivo. Un altro, come racconta Repubblica, ha parlato dei figli e si è commosso: i compagni lo hanno sostenuto e quel momento ha aperto una riflessione sui rapporti familiari e sulle persone che si trovano fuori dal carcere. Un altro partecipante aveva difficoltà nella compilazione dei questionari. L’aiuto degli altri detenuti ha trasformato quella difficoltà in un’occasione di collaborazione. La sua ironia è poi diventata un’altra risorsa per il gruppo.
Dal conflitto alla capacità di fermarsi - Tra i partecipanti c’era anche Marco, nome di fantasia, inizialmente molto polemico e aggressivo. Durante il percorso ha iniziato a riconoscere il proprio modo di reagire alle situazioni di conflitto e a considerare la possibilità di fermarsi prima di rispondere con la rabbia. Alla conclusione del laboratorio ha parlato di “luce”, “speranza” e “assestamento”, indicando un cambiamento nel modo di affrontare le situazioni difficili. In un’altra occasione è stato proprio un cane a diventare protagonista di questo rapporto. Durante un temporale, Lilli si è spaventata e si è avvicinata a Marco cercando protezione. Per il detenuto quel gesto ha avuto un significato particolare: essere percepito come una persona capace di rassicurare e proteggere qualcuno.
I risultati e i limiti del percorso - La valutazione finale ha evidenziato in diversi partecipanti una maggiore capacità di controllare gli impulsi e di gestire il disagio senza trasformarlo immediatamente in aggressività. Sono emersi anche segnali di maggiore empatia, solidarietà e attenzione ai rapporti familiari. Il percorso non ha però cancellato le difficoltà. Sono rimasti livelli elevati di stress, ansia, depressione e disturbi del sonno e in alcuni casi è emerso un forte bisogno di sostegno. Secondo l’impostazione del progetto, la mediazione animale non sostituisce gli interventi psicologici, educativi o sanitari, ma può affiancarli. La relazione con un cane permette infatti di lavorare anche attraverso gesti, distanza fisica, fiducia e attenzione, soprattutto con chi fatica a esprimere il proprio stato d’animo attraverso le parole. L’esperienza punta quindi anche a contrastare isolamento e sofferenza psicologica e a dare alla detenzione una dimensione ulteriore rispetto alla semplice custodia: quella del recupero delle capacità relazionali e della responsabilità verso gli altri.









