di Fabio Gianfilippi*
Ristretti Orizzonti , 8 luglio 2019
"Il pubblico si è incamminato col sole ancora alto verso la Rocca Albornoz, sperimentando il miracolo di ritrovarsi, dopo l'ultima curva, con lo sguardo perso nei verdi e nei gialli della campagna, come se Spoleto non ci fosse più. Da questa lontananza parte la nuova tappa del viaggio della Compagnia SIne NOmine e della sua instancabile guida, Giorgio Flamini. Appoggiati alle mura medievali stanno il Gatto e la Volpe, un bozzetto brigantesco che sembra uscito da un quadro di Hackert, e più in là il coro, che dal loggiato inizia il suo costante dialogo con gli attori, tra musiche antiche e sottolineature dei passaggi principali della trama.
Quest'anno dalla Casa Reclusione di Spoleto un nutrito gruppo di detenuti, grazie all'art. 21 dell'ordinamento penitenziario, ha lasciato le mura del carcere per allestire le scene e preparare lo spettacolo che ieri è stato proposto (con due repliche e circa seicento spettatori ogni sera) nell'ambito del Festival dei Due Mondi: Storia Vera. E capit cumm'è.
Gli attori liberi e detenuti si sono cimentati in un lavoro complesso, che intreccia le storie di Pinocchio, il cui simulacro chiudeva lo spettacolo dello scorso anno, e il viaggio immaginifico descritto da Luciano di Samosata, sottolineandone le similitudini e le citazioni esplicite. Sontuoso, nella sua essenzialità, l'allestimento nei Cortili. La Rocca sembra guardare benevola questa folla, attori e spettatori, che affronta il suo viaggio tra le miserie e le bugie dell'umanità, grazie all'ironia che non fa sconti di Collodi e Luciano.
E accoglie, ancora una volta, come nei secoli del suo passato carcerario, prima della sua splendida attualità di Museo e polo culturale, i sogni e i dolori degli uomini. Il coro ricorda che la storia è cimitero in cui trovano pace i giusti e gli ingiusti. "Finisce tutto, finisce..." ripete, evocando la scritta che campeggia in un lacerto di affresco nel Salone del piano nobile. E il carcere pure finisce, deve finire con un risultato utile per tutti: collettività e reclusi, perché le pene tendono alla risocializzazione, secondo il mandato costituzionale. Nel fantastico finale, affidato specialmente alla bravura di Sara Ragni e di Roberto D.S., campeggiano le eleganti silhouette di una moltitudine di uomini: sono i detenuti rimasti ancora dentro le mura, ci ricorda il professor Flamini.
E l'applauso, in ogni senso liberatorio, della platea e degli attori, è tutta per quel mondo invisibile, fatto di tanti operatori che lavorano nel silenzio perché chi ha commesso un reato possa tornare a dare il suo positivo contributo alla società, e di tanta umanità che soffre la privazione della libertà, che dal reato deriva, senza che possa mai togliere a ciascuno la dignità di essere persona e quei sogni grandi che il Direttore del carcere, Giuseppe Mazzini, ha giustamente ricordato nel suo saluto finale.
Tra scenografie e costumi che nell'essenzialità non perdono la favola di cui abbiamo bisogno, vivono la Lumachina e il Grillo parlante, la ciurma di impavidi esploratori dei mondi di Luciano, le guardie d'ebano e oro che ci aprono la strada e la chiudono alle nostre spalle, perché la Rocca è in questa serata un'arca in cui si parla una lingua di umanità e d'arte, di ascolto dell'altro e di amore per il diverso, un luogo marziano per il nostro contemporaneo diffidente ed egoista. Un luogo necessario, costruito per noi, con la materia dei sogni, dalla Compagnia SIne NOmine."
*Magistrato di Sorveglianza di Spoleto










