di Rory Cappelli
La Repubblica, 8 settembre 2026
Nel penitenziario di Spoleto un laboratorio di regolazione emotiva aiuta un gruppo di detenuti a riconoscere la propria fragilità, contenere la rabbia e tornare a sentirsi capaci di proteggere qualcuno. Lilli ha paura dei tuoni. Quando il rumore esplode all’improvviso, cerca un riparo, un corpo vicino al quale sentirsi al sicuro. Quel giorno, nel carcere di Spoleto, sceglie Marco (il nome è di fantasia, come tutti nel testo), uno dei detenuti che partecipano al laboratorio di regolazione emotiva attraverso la relazione con gli animali. È un gesto semplice, quasi istintivo: una cagnolina spaventata che si avvicina a un uomo.
Ma per Marco quel gesto significa molto di più. In carcere si è abituati a essere sorvegliati, giudicati, contenuti. Più raramente si sperimenta la possibilità di diventare il rifugio di qualcun altro. Proteggendo Lilli, Marco ha scoperto di poter essere una presenza rassicurante. Non soltanto un detenuto, non soltanto una persona definita dal proprio passato, ma qualcuno di cui un altro essere vivente si fida. Dirà in seguito quanto sia stato bello e terapeutico riuscire a far sentire qualcuno al sicuro.
Il progetto - È forse in questo rovesciamento che si trova il senso più profondo del progetto realizzato tra gennaio e giugno 2026 dall’associazione Una zampa per Birillo all’interno dell’istituto penitenziario di Spoleto grazie alla vice direttrice del carcere Giada Gatticchi.
Nove detenuti, con l’educatrice dell’istituto Anna Benedetta Bonfigli, hanno preso parte agli incontri; sei, avendo seguito con maggiore continuità il percorso, sono stati inclusi nella valutazione clinica finale. Accanto a loro c’erano le professioniste, le psicologhe Giusy Mantione e Francesca Fortunati, che hanno condotto il laboratorio e tre mediatori molto particolari: i cani Lilli, Plinio e Musetta.
Riconoscere le emozioni - Il lavoro aveva un obiettivo preciso: aiutare i partecipanti a riconoscere le emozioni, dare loro un nome, governare gli impulsi e trovare forme di espressione diverse dall’aggressività o dal silenzio. In carcere, infatti, mostrare la propria vulnerabilità può essere percepito come pericoloso. Per sopravvivere si impara spesso a indossare una maschera: non piangere, non chiedere aiuto, non mostrare paura, nostalgia o bisogno di affetto. I cani invece non chiedevano spiegazioni. Non conoscevano i reati, le sentenze, le gerarchie interne. Si avvicinavano oppure si ritraevano, cercavano una carezza, offrivano la propria vicinanza. La loro presenza ha creato uno spazio privo di giudizio, nel quale anche persone abituate a difendersi hanno potuto abbassare la guardia.
“Essere autentici” - Uno dei partecipanti ha definito il laboratorio “l’unico luogo dove poter essere autentici”. Un altro lo ha descritto come una via d’uscita dal “solito grigiore” e dalla “vita piatta del carcere”. Parole che dicono molto più di quanto possa fare una tabella: per alcune ore non veniva sospesa materialmente la detenzione, ma si allentavano le sue sbarre invisibili. Carlo, per esempio, si è commosso parlando dei figli e del veliero di stecchini che stava costruendo. Ha pianto davanti agli altri e, invece di essere deriso o respinto, è stato abbracciato dai compagni. Il suo dolore ha permesso anche agli altri di entrare in contatto con la propria paternità, con i legami interrotti, con le persone lasciate fuori. E ha raccontato che vedere quelle lacrime gli procurava, insieme alla tristezza, una forma inattesa di gioia: poteva sentire di nuovo qualcosa del proprio essere padre. Anche Gianni, nonostante una sofferenza psicologica molto intensa, ha saputo offrire a Carlo vicinanza fisica e calore. In un luogo nel quale il contatto può avere il significato della minaccia o del controllo, un abbraccio è diventato un gesto di riconoscimento reciproco.
Ritrovare il sorriso - Giorgio era arrivato al laboratorio con gravi difficoltà nel leggere, comprendere e compilare i questionari. La vergogna avrebbe potuto spingerlo a chiudersi. Sono stati invece gli altri detenuti ad aiutarlo, mentre le conduttrici traducevano le domande astratte in esempi concreti. Gradualmente, ciò che poteva trasformarsi in umiliazione è diventato collaborazione. E Giorgio ha messo a disposizione del gruppo la propria ironia, raccontando episodi rocamboleschi della sua vita e riuscendo a far ridere i compagni. Anche far ritrovare il sorriso agli altri è stato un modo per prendersene cura.
Il cambiamento più difficile ha riguardato chi aveva imparato a usare la rabbia come unica lingua possibile. Marco era entrato nel gruppo in modo polemico, aggressivo, concentrato sulla sensazione di non essere rispettato. Occupava lo spazio, sfidava le operatrici e sembrava conoscere soltanto due estremi: “mai” e “sempre”. Nel tempo è riuscito ad ammettere di aver risposto per anni alle esperienze negative attraverso l’attacco. Alla fine del percorso ha scelto parole diverse per raccontarsi: “luce”, “speranza”, “assestamento”. Ha detto di aver imparato a contenersi, a fermarsi prima di agire, a sostituire almeno qualche volta l’aggressività con la parola.
“I miei soli simili” - Nella sua storia gli animali occupavano già un luogo profondo. Da bambino, ha raccontato, erano stati i suoi soli “simili e fratelli”, creature capaci di un rispetto che non aveva trovato negli esseri umani. Per questo la vicinanza spontanea di Lilli e Plinio, negli ultimi incontri, ha avuto per lui un valore particolare: non quello di un premio, ma quello di una fiducia ricevuta senza imposizioni. I dati raccolti durante i sei mesi confermano ciò che è accaduto nella stanza del laboratorio. In diversi partecipanti è migliorata la capacità di controllare gli impulsi e di non trasformare immediatamente il disagio in un comportamento aggressivo. Sono emerse empatia, solidarietà, desiderio di ricostruire i legami familiari e progetti per il futuro. Non tutto, naturalmente, è stato risolto. La relazione finale descrive livelli ancora molto elevati di stress, ansia, depressione e disturbi del sonno. In alcuni casi è emersa una richiesta di aiuto drammatica, anche quando la persona non riusciva a riconoscere o nominare le singole emozioni. Un detenuto ha indicato “zero” per stress, ansia, depressione e rabbia. Ma ha dato il valore massimo alla domanda sul bisogno di sostegno. Come se il dolore fosse presente in tutta la sua forza, senza possedere ancora le parole necessarie per essere raccontato.
Il varco - È proprio qui che la mediazione animale ha mostrato la sua utilità. Quando dire “ho paura”, “sono triste” o “ho bisogno di aiuto” è troppo difficile, la relazione con un cane può aprire un varco. Accarezzarlo, rispettarne i tempi, interpretarne i segnali, rassicurarlo o lasciarsi avvicinare sono esperienze che precedono le parole e, qualche volta, permettono alle parole di arrivare. La presenza degli animali non sostituisce il lavoro psicologico, educativo o sanitario. Lo rende, però, accessibile anche a chi incontra ostacoli nei percorsi basati esclusivamente sul linguaggio, sul ragionamento astratto e sulla compilazione di test.
Un cane comunica attraverso il corpo, la distanza, la fiducia, l’attesa. Costringe a osservare e, nello stesso tempo, permette di sentirsi osservati senza essere giudicati. Il laboratorio ha rappresentato anche un presidio contro l’isolamento e il rischio che la sofferenza psichica, lasciata senza ascolto, si trasformi in autolesionismo o ideazione suicidaria. Per questo progetti simili non possono essere considerati semplici attività ricreative. Sono interventi di tutela della salute mentale e di umanizzazione della pena.
Umanizzare non significa dimenticare - Umanizzare non significa cancellare la responsabilità individuale né dimenticare le vittime. Significa riconoscere che la detenzione, se vuole avere una funzione anche rieducativa, non può ridursi a un tempo vuoto nel quale il disagio si cronicizza e l’identità di una persona coincide per sempre con il suo errore. Imparare a contenere la rabbia, chiedere aiuto, riconoscere la tristezza, ascoltare gli altri e prendersi cura di un essere più fragile sono passaggi concreti di responsabilizzazione.
Dopo sei mesi, Lilli, Plinio e Musetta non hanno compiuto miracoli. Hanno fatto qualcosa di più reale: sono rimasti accanto a uomini che spesso non riuscivano a stare accanto neppure a se stessi. Hanno offerto una relazione elementare e per questo potentissima, fatta di presenza, fiducia e reciprocità. E quando Lilli, spaventata dal tuono, ha cercato protezione tra le braccia di un detenuto, per un istante quell’uomo non è stato più soltanto qualcuno da custodire. È diventato qualcuno capace di farlo.









