di Margherita Sermonti
treccani.it, 18 novembre 2024
Negli Istituti Penali Minorili sono ristretti minori e giovani fino ai 25 anni che abbiano commesso un reato prima del compimento della maggiore età. Più tardi si entra nel carcere dei grandi, meglio è. Non è difficile capire il perché. Attraverso “Barre. Rap, sogni e segreti in un carcere minorile” (Minimumfax, 2021), Kento conduce i lettori in uno di questi IPM con una prosa limpida e coinvolgente. Colpisce l’equilibrio del racconto, che non scade mai in facili ostentazioni di dolore, offrendo piuttosto una descrizione quasi chirurgica dell’esperienza con i giovani reclusi, inframmezzata di sensazioni e considerazioni personali. Il lettore coglie e interpreta, intuisce, scopre, unisce i puntini, imparando, osservando, empatizzando. Il fatto poi che, com’è ovvio, non siano presenti nel libro specifici riferimenti al carcere e ai ragazzi di cui si parla, rende astratti e quindi più universali luoghi e personaggi, come se sfogliassimo pagine di un’opera di finzione. Ne parliamo con l’autore.
Quando ho letto “Barre”, mi ha molto colpito l’urgenza da parte tua di restituire la parola ai ragazzi, di offrire loro gli strumenti per dire qualsiasi cosa, dalla rabbia all’amore, dal dolore al sogno di libertà, rispettando però certi canoni. È importante provare a rompere il silenzio intimo della sofferenza, della paura o della solitudine, ingigantito, in alcuni casi, dalla non conoscenza dell’italiano. Raccontando la tua esperienza, cerchi di squarciare anche un altro silenzio: quello che avvolge quei giovani, troppo spesso invisibili…
Chi inizia a lavorare in carcere capisce molto presto che le sbarre funzionano in due sensi: tengono i ragazzi fuori dal mondo e, allo stesso tempo, tengono il mondo al di fuori da quello che succede lì dentro. Con le armi del racconto e della musica possiamo abbattere, almeno in un senso, le sbarre di qualunque carcere e quindi ritengo che chiunque abbia queste armi abbia il dovere di usarle nel modo più incisivo possibile. Tanti di questi giovani si sentono inascoltati, e spesso hanno ragione. Per cui qualsiasi spiraglio di ascolto, qualsiasi opportunità in cui la loro voce può raggiungere un destinatario diventa preziosissima, a maggior ragione se il destinatario è una persona che non ha mai lavorato in carcere o non lo ha mai vissuto nemmeno in maniera indiretta. Per i reclusi è sempre motivo di grande orgoglio, spesso accompagnato da un pizzico di incredulità, sapere che la propria storia o addirittura la propria musica, sia arrivata nel mondo dei liberi.
Barre e sbarre, il gioco di parole è facile. Ma non lo è affatto insegnare in un carcere, perlopiù ad adolescenti reclusi. Puoi spiegare a grandi linee che cosa sono le barre, perché proprio il rap e che tipo di lavoro fai? Quali competenze devono avere i tuoi discenti per partecipare ai laboratori?
La risposta alla prima domanda è facile: le barre non sono altro che i versi della strofa rap, le righe (tipicamente 16, per 8 coppie di rime) che la compongono. Per il resto, parlare di insegnare e di discenti è forse un po’ troppo per l’attività che faccio con i ragazzi in carcere. Ci sediamo insieme, scriviamo, proviamo, registriamo, a volte si riesce a organizzare dei concerti dentro o addirittura fuori dalle mura del carcere. Non è nulla di troppo diverso rispetto a quello che facevo quando avevo la loro età, e mi sedevo al muretto a fare freestyle con gli amici o i compagni di crew.
Ecco perché, se mi chiedi che competenze bisogni avere, la risposta è molto semplice: devi avere un cervello e una bocca che funzionano. Basta così. A guardare bene, non serve nemmeno saper leggere e scrivere: mi capita abbastanza spesso di fare rap insieme a dei ragazzi completamente analfabeti, ma fortissimi con le rime. È una forma di espressione diversa rispetto a quella della scolarizzazione classica, ma ti aiuta a capire tanto di quello che passa per la testa dei ragazzi e delle loro potenzialità. Anzi, ti apre delle prospettive di riflessione ulteriori: uno dei ragazzi con cui lavoro, di soli 16 anni, fa rap in tre lingue diverse, parla 5 lingue… ma è analfabeta in tutte e 5 le lingue! E se questo, da un lato, ti fa capire che intelligenza e prontezza straordinarie abba questo ragazzo, dall’altro ti lascia l’amaro in bocca perché capisci quanto gli adulti siano stati assenti nella sua vita, quanto mai nessuno gli si sia seduto accanto quand’era un bimbetto per insegnargli a leggere e scrivere. È facile pensare che, se avesse incontrato degli stimoli più ordinati, adesso non sarebbe rinchiuso dietro quelle sbarre… La considerazione che faccio più spesso è: impossibile guardare il carcere minorile senza riconoscere le responsabilità degli adulti.
Che tipo di lingua usi per farti capire da tutti, italiani e stranieri, spesso con basso livello di scolarizzazione?
A costo di essere banale, ti devo rispondere che la musica supera ogni tipo di barriera linguistica e culturale. Durante uno dei laboratori condotti per l’associazione CCO - Crisi Come Opportunità, abbiamo creato una canzone che ha un unico argomento ma è scritta in cinque lingue diverse: italiano, inglese, francese, arabo e albanese. Da questo punto di vista, il rap è uno strumento straordinario perché si presta in maniera perfetta a questo tipo di contaminazioni, che anzi lo arricchiscono e rendono più piacevole anche all’ascolto. In realtà molte delle conoscenze dei ragazzi vengono applicate in maniera istintiva, senza dover dare troppe spiegazioni: tutti sanno cosa vuol dire “fare quattro barre di freestyle a testa” senza aver mai studiato la metrica né la tradizione poetica dell’improvvisazione. Tutto nasce dal fatto che la loro generazione è nativa del rap allo stesso modo in cui è nativa degli strumenti digitali: non serve spiegargli quasi nulla. Si attacca la cassa bluetooth al computer, e si inizia.
Come lavori con le parole? In che misura intervieni sui testi che compongono i ragazzi? La musica viene prima o dopo?
Nel mio metodo, la musica è ben più che il vestito che copre le parole: è ciò che dà identità, intenzione e corpo. Pensa che non di rado capita di passare più tempo a scegliere una base che a scrivere il testo, appunto perché la base racconta già molto delle caratteristiche che vogliamo dare alla canzone finita. I ragazzi che hanno qualche esperienza di scrittura hanno già immancabilmente nei loro lettori mp3 tutta una serie di basi musicali scaricate da internet e, a volte, vorrebbero registrare le canzoni proprio su quelle, che sentono assolutamente perfette per le emozioni che intendono esprimere. Il punto è che, essendo scaricate, sono ovviamente di proprietà di chi le ha composte, e quindi non è possibile utilizzarle ufficialmente! Intervengo allora io, o meglio: intervengono i compositori di mia fiducia, i quali producono una base completamente inedita (e quindi utilizzabile), cercando però di mantenere l’emozione e il ritmo da cui è partita la scrittura, in modo da non stravolgere l’intenzione del giovane autore. Non sempre è facile, ma di solito ci riusciamo.
Nel libro racconti del gesto che compi di regalare quaderni con la promessa di rimpiazzarli ogni volta che siano stati usati, all’infinito. Oltre che un gesto simbolico e molto poetico, mi sembra che tu mandi un messaggio potente e allo stesso tempo responsabilizzante: “queste sono le tue pagine bianche, tocca a te riempirle, fallo nel migliore dei modi; io, dal canto mio, proverò ad aiutarti sempre”. Qualcosa del genere?
Sarebbe bello se esistesse una sorta di “diritto al quaderno”, un diritto alla scrittura che riconosciamo allo stesso modo in cui riconosciamo i diritti fondamentali della persona. Non tutti, ovviamente, dobbiamo e vogliamo diventare rapper o scrittori, ma scrivere - anche solo per noi stessi - ha un potenziale terapeutico e di salvezza che poche altre forme di espressione possono vantare. Spesso sono i ragazzi più schivi, quelli apparentemente più duri, che superano timidezza e diffidenza tramite un quaderno a righe, ed è per loro che questo strumento è ancora più prezioso che per gli aspiranti rapper, che magari sono già lanciatissimi con rime e barre. Da questo punto di vista ti posso rispondere di sì: finché mi sarà possibile, cercherò sempre di dare una penna e un quaderno a un ragazzo che non ha mai scritto, e che ha disperatamente bisogno di leggersi e ascoltarsi per capire di avere una voce e una dignità.
Hai mai pubblicato una raccolta dei componimenti dei ragazzi che hai incontrato negli anni?
Parecchi frammenti sono raccolti in Barre, il libro che hai citato all’inizio. Altri, tra cui varie canzoni strutturate e ben scritte, sono disponibili su YouTube. Altri ancora, purtroppo, restano nel mio archivio o nel mio hard disk perché non sono mai arrivate le autorizzazioni alla pubblicazione, e intanto gli anni sono passati, e a questo punto le autorizzazioni non arriveranno mai più.
Vuoi aggiungere qualcosa alle considerazioni fatte sinora?
Non sono da solo nel lavoro che faccio. Intorno a me c’è un’intera rete, che abbiamo voluto chiamare Keep It Real, e che raccoglie tutto il mondo di artisti, accademici, associazioni che supportano il rap come strumento educativo e pedagogico. Per chi ne vuole sapere di più, il sito è, e presto annunceremo tutta una serie di iniziative aperte a chiunque voglia interessarsi e darci una mano.










