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di Daria Bignardi

Vanity Fair, 29 luglio 2026

Si definiscono “antagonisti”, ma finiscono per esserlo quasi esclusivamente contro i partiti di opposizione che, puntualmente, mettono nei guai. Succede da anni. È successo a Bologna, dopo la morte di Abderrahim Fakir. Bastava discutere di un fermo di polizia finito in tragedia. Bastava chiedere chiarezza. Bastava pretendere giustizia. In poche ore sono arrivati i cassonetti incendiati, le vetrine sfondate, gli scontri con la polizia. Fine del dibattito. Sulle televisioni non c’era più Fakir. C’erano soltanto le fiamme. È successo di nuovo in Val di Susa. Il movimento No Tav porta con sé da 30 anni una discussione vera, condivisibile o no, sui costi, sull’ambiente, sul modello di sviluppo. Poi arrivano gli incappucciati (questa volta anche dalla Francia), i razzi, le pietre, i gipponi incendiati, decine di agenti feriti. E il giorno dopo nessuno parla più del Tav. Si parla dei violenti. Della guerriglia. Si invoca ordine pubblico e si accendono i riflettori della propaganda. Il governo dice: “Ecco i frutti violenti della sinistra, non ci piegheremo!”. La sinistra prova sempre a dissociarsi, ma non ci riesce mai del tutto perché troppo spesso i suoi cortei iniziano bene e finiscono male.

Gli antagonisti fanno il loro mestiere. Cercano lo scontro. Lo ottengono. Lo considerano una vittoria politica. La destra fa il suo: aspetta che la guerriglia allaghi tv e social. Quando arrivano i fumogeni, partono le conferenze stampa. Quando si accendono le molotov, spuntano le accuse alla sinistra, e ricompaiono i decreti sicurezza. Ogni scontro diventa la prova che servono più pene, più carcere, più repressione, più emergenza. In mezzo resta la sinistra. Che ogni volta condanna, spiega che i guerrieri di strada non la rappresentano. Ma lo fa sempre con il fiatone. Possibile che nessuno in piazza sia capace di impedire che cento professionisti del disordine sequestrino il corteo di 10 mila persone pacifiche? Possibile che chi organizza la manifestazione non riesca a isolare le falangi che arrivano solo per incendiare e distruggere, regalando una settimana di propaganda agli avversari?

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Perdono i manifestanti che volevano soltanto protestare. Perdono gli agenti che tornano a casa feriti. Perdono le città devastate. Perde perfino la causa che si voleva difendere. Vincono soltanto le due parti in tragedia. Quella della guerriglia permanente e quella dell’ordine permanente. Si alimentano a vicenda come due incendi che si scambiano il vento. Alla sinistra democratica tocca pagare il conto di una violenza che non riesce a isolare ed espellere. Una incapacità che diventa la sua responsabilità politica più grave. Perché finché gli antagonisti continueranno a marciare dentro i suoi cortei, saranno loro a decidere il finale della manifestazione. E quel finale, ormai da anni, è sempre lo stesso: meno ragioni, più sirene. Meno politica, più ordine pubblico. Meno opposizione, più destra.