sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Sara Gilardi

Il Riformista, 7 novembre 2026

Il convegno alla Camera sulla terzietà del giudice e sul processo mediatico L’imputato è una persona dotata di inalienabile dignità in uno Stato di diritto. Se si pensava che il dibattito sui temi emersi nel periodo referendario fosse giunto al termine, ci si sbagliava di grosso. Alla Camera dei deputati, in occasione del convegno promosso da Forza Italia, dall’Osservatorio sulla Giustizia liberale della Fondazione Luigi Einaudi sugli Stati Generali dei garantisti, sono infatti tornati al centro dell’attenzione temi altamente cruciali: dalla terzietà del giudice alle insidie sempre più evidenti del processo mediatico. Un incontro che giunge proprio a fagiolo, inserendosi in un momento di forte tensione e complessità all’interno dell’ordine giudiziario.

Le toghe sono infatti reduci dal voto per l’elezione dei nuovi membri togati del Csm, una tornata elettorale che ha visto l’affermazione netta della sinistra giudiziaria e, al contempo, profonde disgregazioni e maggiore stabilità nell’area di Unicost. Un quadro politico-giudiziario che ha spinto il deputato Enrico Costa a commentare duramente il passaggio delle urne, sottolineando come l’esito rappresenti la conferma di un’estremizzazione delle correnti all’interno della magistratura, aggiungendo come non servisse di certo questo voto per averne l’ennesima riprova.

A dettare fin da subito l’agenda dei lavori del convegno è stato il vicepremier Antonio Tajani, che ha voluto ribadire con forza i capisaldi del DNA di Forza Italia: un partito che si riconosce come garantista, europeista, atlantista e d’ispirazione cristiana, ponendo la difesa dello Stato di diritto e delle garanzie individuali al centro della propria identità.

A proseguire lungo questo fil rouge, in un dibattito che ha saputo abbracciare ed evidenziare punti di contatto tra diversi schieramenti dell’arco parlamentare - da Più Europa a Forza Italia, da Italia Viva fino alla Lega - è stato il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, con una riflessione che non lascia spazio a malintesi. Nel nostro Paese, ha evidenziato Mulè, esiste ormai la pessima abitudine di frapporre ostacoli e cavilli a qualsiasi tentativo di riforma, compresa quella della giustizia che ha infiammato il dibattito politico e sociale negli ultimi mesi. Ma il garantismo, ha scandito chiaramente, non può e non deve morire insieme alla riforma stessa.

Ad accodarsi a questa tesi è stato l’avvocato Gian Domenico Caiazza. Essere garantisti, ha ricordato l’ex presidente nazionale dell’Unione Camere Penali, non significa affatto negare lo stato delle cose o rifiutarsi di riconoscere che la persona che si ha davanti possa aver sbagliato. Significa, al contrario, garantire la giusta pena e il pieno rispetto delle regole del diritto per l’indagato o l’imputato, sottraendo la giustizia penale all’arbitrio del singolo e alle facili scorciatoie del giustizialismo. A sostenere questa impostazione, il ragionamento si è srotolato lungo le direttrici del pensiero politologico e della grande cultura letteraria, con richiami a riflessioni profonde che vanno da Hannah Arendt fino a Victor Hugo. Il punto centrale resta la capacità etica e civile di riconoscere chi si ha di fronte, guardando all’imputato come a una persona dotata di inalienabile dignità in uno Stato di diritto.

Ed è proprio da questa convergenza tra politica, avvocatura, informazione e magistratura che scaturisce il messaggio più alto: la difesa delle garanzie e della dignità della persona non appartiene a una singola fazione, ma costituisce il pilastro irrinunciabile per la tenuta democratica del Paese. Come ricordava Alessandro Manzoni nella “Storia della colonna infame”, l’atto del giudicare richiede un rigore supremo che non può mai piegarsi al furore dell’opinione pubblica o alla tentazione di compiacere la piazza.