di Davide Longo
Il Manifesto, 17 agosto 2025
Il governatore trumpiano annuncia un nuovo Centro di detenzione. “Rimuovere gli immigrati”. Attivisti per i diritti civili e ambientalisti in rivolta. “Stiamo compiendo un passo importante per portare a termine la missione del presidente Trump: chiudere i confini, rafforzare le leggi sull’immigrazione, rimuovere gli immigrati illegali dalla nostra società e rimandarli nei loro Paesi d’origine”. Con queste parole Ron DeSantis, governatore repubblicano della Florida, ha annunciato giovedì scorso l’apertura di un secondo centro di detenzione per migranti dopo l’inaugurazione del famigerato Alligator Alcatraz.
La nuova struttura troverà posto nei locali abbandonati della Baker Correctional Institution, una prigione statale di media sicurezza attiva fino al 2021, che sorge a poca distanza da Sanderson, nel nord della Florida, a poco più di quaranta chilometri dalla città di Jacksonville. Il nuovo centro di detenzione dovrebbe costare sei milioni di dollari, avrà una capacità di 2000 posti entro fine anno e sarà gestito dallo Stato della Florida: a guardia dei detenuti sarà impiegata direttamente la Guardia Nazionale.
La decisione di costruire un nuovo centro di detenzione ha scatenato l’opposizione dei Democratici e di numerose associazioni ambientaliste e per i diritti civili. Nikki Fried, leader locale dei Dem, ha dichiarato che “esiste già un centro di detenzione per immigrati nella contea di Baker, noto per il trattamento riprovevole riservato ai detenuti, e una seconda struttura promette di essere più o meno la stessa cosa”. Il centro di detenzione menzionato da Fried - il Baker County Detention Center - sorge a Macclenny, meno di mezz’ora di auto dal sito della nuova struttura, e da anni è al centro di polemiche per i maltrattamenti e gli stupri subiti dai detenuti e denunciati dalla American Civil Liberties Union (ACLU), che ha promosso petizioni e cause legali per far chiudere il centro. Fried ha poi dichiarato che “i cittadini della Florida vogliono che i soldi delle loro tasse vengano utilizzati per espandere Medicaid, finanziare le scuole pubbliche e costruire alloggi a prezzi accessibili, non per riempire le tasche di chi si arricchisce grazie ai campi di detenzione”.
Anche secondo i locali dirigenti di ACLU “è completamente inaccettabile che i dollari dei contribuenti vengano utilizzati per finanziare le politiche di deportazione di massa promosse da Trump”. Tuttavia, la costruzione di un nuovo centro di detenzione è vitale per soddisfare i ritmi di deportazione pretesi da Washington, soprattutto ora che la capienza di Alligator Alcatraz non può essere aumentata. Il 7 agosto, infatti, la giudice federale Kathleen Williams ne ha ordinato la sospensione dei lavori di ampliamento, e per diversi motivi. Oltre a sorgere su un territorio di proprietà della tribù nativa dei Miccosukee, che hanno fatto causa insieme agli ambientalisti, la struttura può reggere soltanto il passaggio di un uragano di categoria 2, mentre nell’area ci si aspetta l’arrivo di uragani di forza ben superiore, che metterebbero a rischio la vita dei detenuti e l’esistenza stessa del centro di detenzione. Inoltre, nella struttura è stato distribuito cibo avariato ai detenuti, i quali sono costretti a stare per 23 ore al giorno in gabbie a gruppi di dodici o quindici, con un solo water a disposizione. Ancora, secondo gli Amici delle Everglades e il Centro per la Diversità Biologica, due organizzazioni ambientaliste, i lavori di ampliamento di Alligator Alcatraz rischiano seriamente di inquinare la falda acquifera che scorre vicino al centro e rifornisce di acqua pulita tutto il sud della Florida. Un disastro ambientale che ora si teme potrebbe replicarsi anche nel caso della Baker Correctional Intitution, che a sua volta sorgerà nel territorio protetto della Osceola National Forest.











