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di Luigi Zoja

Il Foglio, 2 novembre 2026

Un mondo pieno di spavento, insicurezza e violenza ha condannato Christa Pike. Christa Pike doveva esser giustiziata dallo Stato del Tennessee, decenni dopo il delitto. Ma la diciottenne - relitto umano cresciuto fra traumi - che ha commesso un orribile crimine e la cinquantenne incarcerata per trentadue anni quasi sempre in isolamento, sono la stessa persona? Per l’anagrafe sì. Invece, la psicologia del carattere suggerisce che il loro senso della morale e della responsabilità possono essere diversi e persino opposti. Spesso la parola “redenzione” è un sentimentalismo. Non quando riguarda chi, dopo un grave sbaglio, ha espiato durante il resto della vita.

Il giorno della esecuzione Christa sopravvive alla prima iniezione di veleno. Ne praticano subito un’altra: neppure quella la uccide. L’utente comune sa che, prima di usarlo, deve controllare la scadenza di un farmaco. Possibile che, a furia di rinvii, il Tennessee usi prodotti scaduti? Ora l’assistenza pubblica si prende cura di Christa. Per restituirle un po’ di salute, in modo da rimandarla dal boia. I giornali tornano a parlare di lei. La legge americana prescrive che le pene capitali non aggiungano alla “semplice” esecuzione altre crudeltà non necessarie. Se il condannato non fosse cosciente, potrebbe esser considerata “crudele” come l’uccisione di un bambino o di un minorato mentale.

Questa assurdità già prova che la pena di morte non dovrebbe esistere, dicono gli abolizionisti. Per i suoi sostenitori, invece, l’incidente è una scusa per buttare in politica un incidente sanitario: le sentenze già pronunciate non variano per un imprevisto sanitario, come il corpo di Christa che continua a respirare. In Europa non esiste più la pena capitale: anzi, una delle condizioni perché un paese domandi l’ingresso nell’Unione Europea è proprio l’averla cancellata. La percezione della condanna a morte viene dalle due diverse memorie collettive.

La differenza con l’America non sta tanto nel sistema giuridico, quanto nel diverso rapporto storico con la violenza. “Violence is as American as cherry pie” (È americana come la torta di ciliege) diceva Rap Brown, attivista afro-americano della lotta per i diritti civili nel “profondo Sud” degli anni Sessanta: lo stesso mondo pieno di spavento, di insicurezza, di violenza che condanna Christa e da sempre cerca capri espiatori. Sceriffi e volontari che nel vecchio West preparano un cappio per le esecuzioni non sono una invenzione dei film. I tribunali, le città, la “legge” erano lontani. La “frontiera” degli Stati Uniti non “separava” da altre nazioni in senso convenzionale: “era” l’essenza dell’americanità, divideva da territori “senza legge”.

I coloni vivevano in condizioni transitorie, ricreate di continuo. Tutto questo è stato canonizzato in una epopea delle origini: il “mito” del West, dove i registi hollywoodiani sostituiscono Omero e Virgilio. Il West era lontano dalle istituzioni: la vastità del territorio è un altro archetipo dell’America. La presenza dello sceriffo e della forca era cruda, ma popolare. Il cittadino si sentiva protetto. In Europa, al contrario, la memoria della condanna a morte è collegata alle dittature: dopo il 1945, la sua cancellazione metteva quasi tutti d’accordo.

Per giunta, grande è la differenza tra gli Stati Uniti del Nord e quelli del “profondo Sud” o del “mitico West”: che sopravvivono nell’inconscio popolare Usa, mai entrato del tutto nella modernità. Al Sud, fino a tempi non così lontani, il sospettato di colore poteva esser linciato sulla piazza anziché portato in tribunale. I responsabili dei linciaggi venivano facilmente assolti perché le giurie erano composte dai “bianchi normali” del luogo. Eccoci al punto. Secondo un detto americano, è il tuo “status sociale” che dà il colore alla tua pelle. Money washes your skin: eletto presidente, Obama non era più un “nero”. Lo stesso, ma alla rovescia per Christa: bianca ma rifiuto dei bassifondi, percepita come un soggetto “da linciare”, come quelli.

Abbiamo infinite notizie su di lei: anche della inglese Bbc e di giornali progressisti come il Washington Post. È figlia di gravi alcolisti: ha assorbito alcool quando era un feto nella pancia di sua madre, condizione che prepara a disturbi mentali seri. Dai due anni - sì, due - in poi sarebbe stata abusata sessualmente dai compagni della madre. Ma la giuria che l’ha condannata non ha preso visione di questo aspetto. In sostanza, non è mai esistita una Christa persona: sono un “personaggio”. Noi europei, non dovremmo storcere la bocca con superiorità quando ci informano sulle condanne a morte americane: sono relativamente poche, il paese evolverà, è “giovane” rispetto a noi (la Cina, invece, è antichissima, ma amministra più condanne a morte del resto del mondo messo assieme). Persino Wikipedia (Furman versus Georgia, 1972) mostra che le condanne a morte americane variano clamorosamente in funzione dei dibattiti pubblici, non con la gravità del caso. Quello di Christa coincise con una “isteria del demoniaco”. Sulla storia di lei furono realizzati molti serial televisivi e simili prodotti commerciali.

Si fa presto a dire America: noi scordiamo che è una coesistenza di opposti. Harvard e isteria di massa. Dopo la Apocalissi del Vietnam, quella nucleare (Three Miles Island), la fine del Novecento fu impregnata di Satanismo. Una cultura, una religione, o malattia psichiatrica di massa? Gli hanno dedicato due copertine di Time. Si fa presto a dire: sciocche fantasie. Anche la leggenda dei Savi di Sion - la congiura ebraica per dominare il mondo - era una fantasia: ma, rilanciata dal nazismo, condusse al genocidio. La cultura americana ha anche un diverso rapporto con le armi. Che non ricordano tanto le guerre mondiali, quanto un altro mito delle origini: la guerra di liberazione dall’Inghilterra. Territorio vasto e non ancora organizzato, gli Stati Uniti attribuirono a ogni cittadino il diritto di possedere e portare armi (II Emendamento della Costituzione). Questa norma era fondamentale, nel 1791. Gli Usa erano appena nati e combattevano contro il formidabile esercito inglese. Organizzarono una milizia motivata e abituata ai fucili: il loro nome, Minute-men, indicava che dovevano esser pronti in un minuto.

Dalla loro nascita - un quarto di millennio fa - gli Stati Uniti hanno vissuto in una cultura delle armi e della morte usata come castigo: incorporate senza interruzioni nel costume e nelle leggi. Con una accettabile semplificazione psicologica, possiamo parlare di un “complesso” americano: una continuità mentale fra diritti individuali, deterrenza prodotta dalla massima pena e delega ai singoli di una difesa con le armi.

Col passare dei secoli, questi principi divengono discutibili. Rispetto all’Europa le pene sono più severe, eppure rimane più alta la percentuale di omicidi (in America sono 4-5 volte più che nell’Unione europea) e quella delle persone in carcere (580 ogni 100.000 abitanti contro 113 nella Unione europea). Gli americani possiedono centinaia di milioni di armi private che però non mettono al sicuro da attacchi di paesi stranieri: nessuno aggredisce l’America perché possiede le maggiori forze militari del mondo, non perché le famiglie tengono armi in casa. Che, invece, vengono spesso usate da studenti convinti di aver subito una ingiustizia (scolastica, non penale): quindi tornano a scuola e sparano. Si deve discutere se era giusto il brutto voto, o se è sensato che nell’armadio sia appeso un Kalashnikov? Le stesse mie figlie che in Italia raccontavano annoiate “Oggi esercitazione di matematica”, quando abitavamo negli Stati Uniti tornavano da scuola eccitate “Oggi esercitazione sull’intruder (assalitore). Si cammina a quattro zampe sotto ai banchi: massimo silenzio anche durante gli spari, si ascoltano solo i megafoni della polizia”.

Le armi individuali non sono solo oggetti, piuttosto economici dato che se ne fabbricano centinaia di milioni. Diventano anche feticci, per gli individui fragili, soprattutto maschi. Dai tempi dell’Iliade, rappresentano quella forza che il maschio si vergogna di non avere.

Da sempre, le armi e il loro culto sono un surrogato (quello che la farmacologia chiama “placebo”) che attenua provvisoriamente insicurezze e fragilità, soprattutto nei maschi. Del resto, da sempre e ovunque i tassi di suicidio degli uomini sono fra il doppio e il triplo di quelli femminili (Organizzazione mondiale della Sanità).

Vale la pena di interrogarci sul “Complesso americano delle armi”. Le abitazioni isolate sono più frequenti che in Europa, una pistola nel comodino può esser comprensibile. Ma un mitragliatore? È adatto ai timidi, perché in un attimo piccolo permette un risultato grande.

In psicopatologia esiste l’”erostratismo”. Un mitico antico greco di nome Erostrato avrebbe dato fuoco al Tempio di Diana ad Efeso, classificato fra le Sette Meraviglie del Mondo, solo per diventare famoso. Se è esistito, Erostrato era un buon conoscitore della psiche: il suo nome è sopravvissuto nei millenni, mentre quello dell’architetto che costruì il Tempio di Diana è stato dimenticato. Evocarlo non è fuori posto per Christa Pike. Le cronache del suo processo dicono che la giuria sia rimasta impressionata da attimi di sua “gioia demoniaca”: invece di mostrare pentimento, pareva esaltata perché tutti parlavano di lei.

La cultura delle armi in America Arno Gruen era uno psicoanalista ebreo tedesco. Arrivato Hitler, si stabilì negli Stati Uniti. La “repressione politica” nazista è stata studiata dagli storici. Gruen scrisse invece sulla “repressione della psicologia naturale” che ognuno può compiere dentro di sé per essere accettato (Der Wahnisinn der Normalität: Il delirio della normalità, tascabili DTV). Sforzarsi di esser “accettato dagli altri” è pericoloso.

Questa rinuncia alla psiche individuale non è affatto monopolio della estrema destra. Gruen ricorda che un teorico della sinistra radicale, Toni Negri, descriveva la beatitudine di questo dissolversi dell’individualità nel gruppo quando si prepara alla azione violenta. (A. Negri, Il dominio e il sabotaggio, Feltrinelli, p. 43). Dopo 40 anni Gruen tornò in Europa: l’America è grande ma gli stava stretta. Venne a Zurigo dove - senza essere in Germania - usava le sue “armi”: i concetti psicoanalitici, così legati alla lingua tedesca. Gruen crede nel potenziale naturale della psiche. Al tempo stesso, teme la “persona normale” che, per esser accettata nel gregge, si irrigidisce e nega dentro di sé i sentimenti. Commenta una cronaca del New York Times. L., un’adolescente, per la prima volta non rientra a casa. Il giorno seguente, confessa di aver passato la notte con un uomo. Dalla casa di famiglia escono allora il padre, la madre e L. col cane B. Due anni prima, L. era “brava”, le avevano regalato un cucciolo. Ora per punizione dovrà sparargli, poi seppellirlo. Il padre le porge la pistola. Quando L. si uccide, lui perde la testa: “L’ho ammazzata io!” Purtroppo, è un cittadino troppo “normale”.

Immagina negli altri solo comportamenti “normali”: i figli obbediscono sempre, la pistola serve a proteggere la normalità. L. è una adolescente che comincia a fare scelte individuali, e non solo quelle erotiche: sottoposta a una pressione insopportabile, non l’ha sopportata. La normalità non ci mette al riparo dalla sofferenza. Per giunta, ogni “normalità” varia coi tempi e i luoghi. Oggi, molti europei si sentono traditi dall’America, dopo ottant’anni di alleanza basata su “valori comuni”. Ma è proprio così? Se i valori sono uguali, perché il rapporto con la violenza e la morte è così diverso?