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di Gian Antonio Stella

Corriere della Sera, 1 giugno 2022

Forse chi ha ucciso Salvador Ramos, il diciottenne che giorni fa fece irruzione nella scuola di Uvalde, in Texas, ammazzando con un fucile a ripetizione (comprato il giorno del compleanno) 19 bambini e due maestre, non aveva scelta: o abbatteva lui il giovane assassino o ne sarebbe stato abbattuto. Se il processo dovesse accertare però, dopo le polemiche sugli stupefacenti ritardi della polizia, che Salvador avrebbe potuto essere preso vivo, la sua esecuzione sarebbe non solo un crimine ma un’idiozia. Perché mai come oggi dovremmo rifiutare la frettolosa spiegazione del governatore del Texas Greg Abbott sul “mostro” impazzito. Al contrario: ci sarebbe servito vivo per capire “cosa” fosse successo nel cervello di quella giovane belva solitaria. Capire. Capire. Capire. Per non esser sempre colti di sorpresa.

Prendete la balbuzie. Pare accertato che l’odio insensato nei confronti degli alunni della scuola che lui stesso aveva frequentato dipendesse dagli sberleffi, dalle battute, dalle umiliazioni subite da piccolo quando balbettava. Ne soffrirono da bimbi, qualche lettore ricorderà, uomini di spicco come Lewis Carroll, Alessandro Manzoni, Winston Churchill, tanti altri. E ne scrisse forse meglio di tutti Mario Vargas Llosa ricordando gli anni adolescenziali quando parlava strascicando la esse come “sc” e soffriva da morire per i due “dentoni” davanti: “Non soltanto i bambini ma anche gli adulti trovano comico chi tartaglia lottando per far uscire le parole di bocca. Gli adulti hanno ovviamente (non sempre) la discrezione di sorvolare...” ma “i bambini e i ragazzi sono molto più crudeli perché, in assenza di inibizioni e convenzioni sociali, a quell’età si manifestano liberamente gli istinti e le pulsioni peggiori e il diverso, soprattutto se affetto da una menomazione, viene umiliato, ferito, vessato. La vita di un balbuziente può così diventare una prova permanente di resistenza morale nei confronti dei maltrattamenti inflitti dalla sterminata cattiveria umana”.

Colpa dei bambini? Ma per carità! Gli unici innocenti sono loro. Padri, madri, nonni e maestri dovrebbero però essere coscienti delle responsabilità che hanno verso i piccoli. Spiegando loro giorno dopo giorno, quanto sia importante il rispetto per gli altri. Non basta una ramanzina ogni tanto. Conta l’esempio. Ed è difficile che possa darlo un paese di sedicimila abitanti con undici armerie.