di Donatello Baldo
Corriere dell'Alto Adige, 29 dicembre 2020
Il governatore della Florida e gli Stati Uniti hanno acconsentito al trasferimento di Chico Forti in Italia. "Devo vederlo scendere dall'aereo, perché fin quando non mette piede in Italia non sono affatto tranquillo". Gianni Forti, zio di Chico Forti, rimane ottimista e crede che "a breve potremo riabbracciarlo", ma le ultime dichiarazioni del ministero della Giustizia lo fanno essere ancora più prudente.
Da Roma, all'indirizzo del Department of Justice statunitense, le pressioni sono infatti "reiterate", e la richiesta è quella di "trasmettere nel più breve tempo possibile tutta la documentazione necessaria al trasferimento in Italia del detenuto Enrico, detto Chico, Forti". Questo emerge da un comunicato stampa diffuso ieri da via Arenula che fa trasparire anche l'intenzione di non abbassare la guardia nel momento più delicato.
"Ci sono tempi tecnici - ammette lo zio Gianni - ma se emergono lungaggini nelle tempistiche è giusto che il governo si faccia sentire, come giustamente sta facendo. Sarebbe il colmo che tutto si bloccasse per questioni burocratiche o addirittura politiche".
Gianni Forti non ci vuole nemmeno pensare a un possibile ostacolo dell'ultimo minuto: "Il ministro degli Esteri Di Maio mi ha assicurato che l'ambasciata è impegnata su questo, con l'obiettivo di riportarlo a casa nel più breve tempo possibile". In questi giorni, indirettamente, Gianni Forti si è messo in contatto con il nipote recluso: "Tramite un amico che ha potuto visitarlo il giorno di Natale.
Gli ho consigliato di tenere un profilo basso, ma di tenere alta la guardia perché ricordiamoci che Chico è in carcere e che il suo diritto al trasferimento in Italia potrebbe essere visto dagli altri detenuti come un privilegio, suscitando invidie".
Un profilo basso che chiede anche "agli amici di Chico qui in Italia": "Fino a che non scende dall'aereo è meglio essere vigili ma prudenti, continuare la battaglia ma misurare ogni parola. È ancora in carcere - ripete - nelle stesse mani di chi lo ha condannato e incarcerato. Non dimentichiamolo".











