di Luigi Manconi
La Repubblica, 7 maggio 2023
Il produttore televisivo nel 1998 è stato arrestato per l’omicidio di Dale Pike ed è detenuto nel Dade Correctional Institution di Florida City. Che fine ha fatto Chico Forti? Nessuna fine, si potrebbe dire, dal momento che si trova sempre là, in una cella del Dade Correctional Institution di Florida City, il carcere di massima sicurezza nei pressi di Miami. Esattamente dove si trovava il 23 dicembre del 2020, quando il Ministro degli Esteri dell’epoca, Luigi Di Maio, comunicava: “Chico Forti tornerà in Italia”.
Da allora sono trascorsi 862 giorni, più di 20.664 ore. E c’è da porsi due domande. La prima: quanti di coloro che sanno della vicenda giudiziaria di Forti hanno creduto, in perfetta buona fede, che si fosse risolta positivamente già da tempo? La seconda domanda riguarda lo stesso Forti: che cosa significa ricevere l’annuncio che la propria sorte sta per cambiare radicalmente e, poi, trovarsi a verificare - minuto dopo minuto - che tutto resta atrocemente uguale? Uguale il paesaggio esterno della Florida, quello che si scorge attraverso le sbarre della cella, e altrettanto uguale il paesaggio mentale, con il suo immutabile ciclo di vita, la sua routine quotidiana, le sue relazioni coatte, le sue aspettative corte, cortissime.
Enrico Forti, detto Chico, nasce a Trento nel 1959. Nella sua vita è stato campione di windsurf, ha lavorato come videomaker e come produttore televisivo. Con la somma vinta in un programma di Canale 5, condotto da Mike Bongiorno, può trasferirsi negli Stati Uniti e intraprendere una nuova attività. Lì si sposa e diventa padre di tre figli. Nel 1998 viene arrestato per l’omicidio dell’australiano Dale Pike.
Le incongruenze - L’impianto accusatorio si rivela da subito assai fragile. Oltre che l’inconsistenza del movente costituito dall’imputazione di una presunta truffa (poi archiviata), si noti che ad accusarlo c’è un’affermazione dello stesso Forti, successivamente ritrattata, rilasciata nel corso di un lunghissimo interrogatorio condotto in assenza di avvocato difensore. D’altra parte, emerge una contraddizione acutissima rispetto all’intero schema logico e giudiziario. Se Forti non è stato l’esecutore materiale dell’omicidio, come ha riconosciuto il procuratore dell’accusa, davvero non si intende perché si sia cercato di collegarlo in tutti i modi al luogo del delitto.
E non è l’unica incongruenza. Restano una condanna all’ergastolo senza condizionale e una serie di violazioni delle garanzie dell’imputato: dalla mancata lettura dei suoi diritti (come quello a non rilasciare dichiarazioni autoincriminanti) da parte dei poliziotti, fino al comportamento gravemente negligente del primo legale e alla omessa comunicazione alle autorità consolari italiane di ciò di cui si stava accusando Forti, secondo quanto previsto dalla Convenzione di Vienna.
Nel corso del tempo, nuove inchieste giornalistiche e nuove testimonianze hanno sollevato dubbi profondi circa la solidità delle accuse a carico di Forti e, di riflesso, riguardo alla fondatezza in fatto e in diritto della sentenza di colpevolezza. Tuttavia, secondo l’ordinamento giuridico della Florida, non ci sarebbero le condizioni per ottenere una revisione del processo.
L’unica via d’uscita è la Convenzione di Strasburgo - Di conseguenza, l’unica e sola via d’uscita è quella del ricorso alla Convenzione di Strasburgo del 1983. In base a essa, una persona condannata in uno Stato diverso da quello di appartenenza può ottenere di scontare la pena nel proprio Paese. C’è tuttavia un elemento critico: come si è detto, la pena inflitta dal Tribunale statunitense è quella dell’ergastolo senza condizionale, misura non contemplata dai nostri codici. Qualora venisse trasferito in Italia, quindi, Forti non potrebbe scontare la pena comminatagli, in quanto abilitato a usufruire della libertà condizionale e di altri benefici.
Da qui, la necessità di adeguare quella sanzione al sistema penitenziario italiano. Il che esige una complicata mediazione con le autorità giudiziarie della Florida e un compromesso che possa soddisfare queste ultime. A tale difficoltà si aggiunge, presumibilmente, l’incertezza del governatore della Florida Ron DeSantis, probabile candidato alle prossime presidenziali per il Partito repubblicano, che sembra preoccupato per le possibili reazioni ostili dell’opinione pubblica. Lo conferma quanto da me appreso da una fonte confidenziale, secondo la quale la “pratica Chico Forti” sarebbe ancora pendente: dal momento che il Governatore non avrebbe ancora concesso un’autorizzazione definitiva al trasferimento del detenuto, ma solo un’autorizzazione condizionata a non meglio precisate garanzie.
Una vischiosa lentezza - In questi anni, va detto, i governi italiani succedutisi non hanno ignorato la vicenda. Nel giugno del 2021, l’allora Ministra della Giustizia Marta Cartabia aveva indirizzato al Dipartimento di Giustizia statunitense una forte sollecitazione a che si arrivasse a una soluzione positiva. Anche l’attuale Governo e personalmente la premier Giorgia Meloni - le va dato atto - si stanno interessando della questione. Ma, pur considerate la complessità e la delicatezza della controversa sostanza giuridica, si avverte una sorta di vischiosa lentezza nell’affrontarla. Quasi che il tempo di Chico Forti abbia la stessa consistenza e la stessa scansione del tempo nostro. E quasi che i giorni e le ore per lui abbiano la stessa misura dei nostri giorni e delle nostre ore.










