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di Marco Bruna

Corriere della Sera, 21 maggio 2023

A dieci anni dalla creazione di Black Lives Matter, intervistiamo i due afroamericani che hanno vinto il premio Pulitzer per un libro dedicato alla vicenda tragica di George Floyd, ucciso dalla polizia nel maggio 2020. Robert Samuels e Toluse Olorunnipa fanno il punto sulla lotta per i diritti civili negli Stati Uniti. L’America è un uomo agonizzante che implora per la propria vita, riverso a terra su una strada di Minneapolis. Ha il ginocchio di un agente premuto sul collo. Le sue ultime grida sono strazianti: “Mamma, ti voglio bene”, “Non riesco a respirare”.

Undici lettere: George Floyd. Nove minuti e 29 secondi: il tempo interminabile durante il quale il ginocchio dell’agente Derek Chauvin rimane premuto sul collo di Floyd, uccidendolo, il 25 maggio 2020. L’America, abituata a perdere il suo candore di terra promessa, è anche il volto di quest’uomo afroamericano di 46 anni, diventato il simbolo del nuovo movimento per i diritti civili. Un volto che assomiglia a tante altre vittime dell’odio razziale: Emmett Till, Trayvon Martin, Michael Brown, Breonna Taylor...

Nel decimo anniversario del movimento Black Lives Matter - nato come hashtag nel 2013 e diventato protesta globale dopo l’assoluzione di George Zimmerman, il 13 luglio 2013, nel caso dell’omicidio del diciassettenne afroamericano Trayvon Martin, ucciso il 26 febbraio 2012 -, due reporter del “Washington Post” hanno vinto il Pulitzer per His Name Is George Floyd (2022), il racconto della vita e della morte di Floyd, il racconto di come il pregiudizio sia alla base delle strutture di potere negli Stati Uniti.

Robert Samuels e Toluse Olorunnipa aprono uno spiraglio sui sogni e sui demoni di Floyd: la dipendenza dalle droghe, le cure per l’ansia, la depressione, la claustrofobia, la voglia di emergere attraverso lo sport per non rimanere per sempre il ragazzo nato in un quartiere povero di Houston, Texas. “La Lettura” ha intervistato Samuels e Olorunnipa pochi giorni dopo la vittoria del Pulitzer.

Black Lives Matter, dieci anni dopo. Che cosa è cambiato in America?

TOLUSE OLORUNNIPA - Ero in Florida quando cominciò tutto. Ho assistito alle prime proteste dopo la morte di Trayvon Martin. Ero a Tallahassee, c’erano gruppi di attivisti, compresi quelli che sarebbero confluiti nel movimento Black Lives Matter, che occupavano gli uffici dell’allora governatore, Rick Scott. Chiedevano un cambiamento. Era ancora un gruppo disorganizzato. Poi cominciarono a scendere nelle strade, a urlare i nomi delle vittime. Dieci anni dopo, dopo tanti hashtag, ognuno legato al nome di una persona uccisa dall’odio razziale, abbiamo visto il movimento sbocciare, creare un cambiamento, fare condannare un poliziotto. Oggi gli agenti in servizio indossano piccole telecamere, dieci anni fa non era richiesto. Oggi possiamo vedere ciò che fanno. L’omicidio di George Floyd è stato un momento cruciale nella storia del movimento: si è riacceso, è esploso. Ma c’è ancora molto da fare.

ROBERT SAMUELS - L’assoluzione di George Zimmerman ha rappresentato un punto di svolta drammatico: è cambiato il modo in cui parliamo di razza, il mondo in cui pensiamo alla nerezza. Abbiamo cominciato a condividere l’idea di un orgoglio nero. Abbiamo cominciato a discutere pubblicamente di razzismo sistemico, del contributo fondamentale dei neri alla storia di questo Paese. Più di quanto succedesse in passato.

Le amministrazioni presidenziali, Trump escluso, hanno fatto abbastanza per i diritti civili?

ROBERT SAMUELS - L’omicidio di Michael Brown, ucciso da un poliziotto nel Missouri, ha infuocato il dibattito nel 2014: il tema era se i leader di Black Lives Matter dovessero essere più impegnati sul versante politico o se fosse meglio tenersi lontani da quel terreno insidioso. Lo stesso Barack Obama era indeciso. Joe Biden ha spesso detto di essere in debito con la comunità afroamericana per la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Biden si è speso per riformare la polizia. Non è chiaro se abbia fatto tutto ciò che è in suo potere.

TOLUSE OLORUNNIPA - Il grande scoglio incontrato da Obama è stato l’essere il primo presidente nero d’America. Parte delle resistenze che ha incontrato nel mondo politico erano dovute proprio al colore della sua pelle. Donald Trump era molto più libero di percorrere la sua strada. Certo, tra gli attivisti rimane il dubbio se anche Obama avrebbe potuto fare di più per la causa afroamericana. Forse il suo timore era perdere l’appoggio della maggioranza bianca del Paese, cruciale per essere rieletto.

Chi era George Floyd?

TOLUSE OLORUNNIPA - Lo chiamavano tutti Perry. Era un uomo complicato, amato da tante persone. Aveva una personalità gentile. Ha commesso degli errori. George Floyd è l’immagine di una comunità presa a pugni dal sistema, una comunità che si rialza sempre e prova a credere nella promessa americana. Volevamo parlare di George Floyd per riflettere sull’America razzista in cui è cresciuto.

Perché l’omicidio di Floyd ha generato più sdegno rispetto ad altri a sfondo razziale in America?

ROBERT SAMUELS - La prima ragione è che tutti lo abbiamo visto, grazie a una ragazza di 16 anni, di nome Darnella Frazier, che filmò gli ultimi, strazianti, attimi di vita di George Floyd. Mise immediatamente il video sui social. Quelle immagini contraddissero il rapporto della polizia. Raccontavano una verità che nessuno poteva ignorare. Eravamo in piena pandemia, non avevamo molte distrazioni, eravamo costretti in casa. Tutti abbiamo visto quel video. La seconda ragione ha a che fare con la brutalità condivisa, testimoniata: un agente bianco si prende la vita di un afroamericano che implora pietà. Ha un significato simbolico: un uomo soffocato dallo Stato. Forse quelle immagini ci hanno convinto che le lotte dei neri, le loro difficoltà, sono reali, da prendere sul serio. La violenza che dicono di subire non è un’esagerazione.

Come immaginate il futuro di Black Lives Matter?

TOLUSE OLORUNNIPA - Le fondamenta sono state posate, ne parleremo ancora a lungo. Siamo cambiati, l’America è cambiata. È un movimento diffuso, non c’è una leadership centrale, è difficile immaginare che cosa sarà tra dieci anni. Prenderà nuove forme, a seconda dello stato di salute del Paese. Si adatterà al presente. I detrattori del movimento affermano che non c’è sufficiente organizzazione al suo interno. Come ha puntualizzato Robert, Black Lives Matter ha originato un cambiamento cruciale in America. Purtroppo ci vorranno altre morti per vedere il movimento sbocciare ancora, come è successo con George Floyd.

ROBERT SAMUELS - È un momento fondamentale per continuare a riflettere sul valore di ogni vita umana. Il movimento è stato centrale per l’educazione di molte persone, ha prodotto una nuova sensibilità. Quando si parla di questione razziale in America non si può ignorare che cosa sia stato Black Lives Matter.

Tra le oltre 400 interviste che avete condotto per realizzare questo libro, quale vi ha toccato di più?

ROBERT SAMUELS - Quella ai genitori di Daunte Wright, il ventenne afroamericano ucciso dalla polizia vicino a Minneapolis, nel 2021. L’agente che lo uccise disse di avere scambiato il taser con la pistola e gli sparò. Poco lontano Derek Chauvin veniva processato per l’omicidio di George Floyd. Il padre di Daunte mi disse: “Ho visto mio figlio sotto un lenzuolo bianco, il suo corpo abbandonato su una strada. Ho visto un poliziotto nero e ho pensato: spero sia stato lui a uccidere mio figlio perché un bianco non lo condanneranno mai”. Un afroamericano può sperare che ci sia giustizia solo a spese di un altro afroamericano.

TOLUSE OLORUNNIPA - Ricordo una cena passata con i famigliari di George Floyd. Ascoltare le battaglie che ha combattuto attraverso i loro racconti mi ha ricordato il confine sottile tra la storia e il presente, tra la schiavitù, la segregazione razziale e il tempo che stiamo vivendo.