di Simone Sabattini
Corriere della Sera, 21 dicembre 2019
Condannato a morte, salvato (per ora) da un podcast che ha fatto scuola. La Corte Suprema: giurie truccate, i membri neri costantemente esclusi. Non c'erano ali di folla a proteggerlo dai venti di tempesta fuori dal carcere di Louisville, Mississippi.
C'erano le braccia di due sorelle che non hanno mai smesso di sorreggerlo, pur non potendolo toccare da ormai 23 anni. Curtis Flowers - un nome dolce da cantante soul e un destino amaro da capro espiatorio - torna a casa una settimana prima di Natale, in libertà vigilata, per la prima volta in quasi un quarto di secolo.
È con ogni probabilità il carcerato più perseguitato d'America: processato sei volte per lo stesso crimine (non si ricordano casi simili), un quadruplice omicidio, che sostiene di non avere commesso; è nel braccio della morte da 20 anni. La sua è una storia incredibile, ripescata e ribaltata da un podcast che ormai ha fatto scuola e storia. Dal buio di un villaggio dimenticato nel cuore dell'America fino alla Corte Suprema Usa e alle fragili ali della libertà arrivata quasi per miracolo.
Eppure non ci sarebbe niente di miracoloso, nel (temporaneo) epilogo di questi giorni. Piuttosto, le assurdità riempiono fino farli scoppiare i 23 anni precedenti. Il primo livello - quello delle ripetute condanne a morte - in fondo è persino il meno sorprendente. Una strage di periferia dentro un negozio di mobili a Wynona, Mississippi: 4 morti tra dipendenti e clienti. Chi è stato? Gli inquirenti locali puntano subito il dito su Curtis Giovanni Flowers, un ex dipendente appena licenziato per banali negligenze. "È lui: voleva vendicarsi", dicono.
Trovano le impronte delle scarpe tra il sangue delle vittime, le tracce di polvere da sparo, i proiettili compatibili (non l'arma). Tutto a carico del giovane Flowers, incensurato, che allora ha 26 anni e una figlia piccola. Un ragazzone afroamericano in un paese fermo agli anni 60, quelli di Mississippi Burning: i bianchi da una parte, i neri dall'altra, due mondi separati. E infatti sono tutti sollevati dalla condanna, che pare risarcire una comunità sconvolta. Solo che la Corte Suprema del Mississippi ribalta la sentenza: il processo è stato ingiusto. Lo stesso "colpo di scena" si ripeterà altre 3 volte, dopo altrettanti processi fotocopia.
E qui si passa al secondo livello della vicenda, che ha un contro-protagonista: il procuratore distrettuale Doug Evans, l'uomo che per 20 anni ha provato senza sosta a far condannare Flowers è si è visto rispedire indietro tutte le condanne (in due casi non si è riusciti a raggiungere un verdetto). La ragione è semplice, al netto delle prove rivelatesi sempre più fragili: Evans ha sistematicamente "sbiancato" le giurie, facendo rimuovere i componenti afroamericani. Poteva farlo? Tecnicamente sì: il sistema americano dà facoltà alla pubblica accusa di sostituire i giurati "sospetti". Solo che Evans lo fa solo con i neri. E quando non ci riesce, la condanna non arriva. Avanti così per anni, senza che Flowers possa mai lasciare il carcere.
Poi, l'estate scorsa, dopo una sesta condanna a morte, il caso sbarca a Washington: tocca alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Che fa a pezzi la condotta di Evans: finisce 7-2, con tre giudici conservatori che votano assieme ai liberal. "Condotta palesemente discriminatoria della pubblica accusa, un caso disturbante", scrivono i giudici. Scavando nel passato di Evans si scopre che ha "fatto fuori" i membri neri delle giurie per tutta la sua carriera. Si torna al punto di partenza, ma Flowers resta in galera, e Evans al suo posto: è una carica elettiva. Proverà a condannarlo un'altra volta? Ormai però il castello è crollato, e lunedì scorso un giudice del Mississippi non ha potuto negare la libertà su cauzione.
Ma chi ha bonificato il suolo avvelenato di Wynona, Mississippi? Chi ha fornito tutto il nuovo materiale a giudici e avvocati? È il terzo livello della storia. Porta il nome di un podcast: In the Dark. Sedici puntate prodotte da American Public Media, in parte finanziate dal fundraising, costate pare 100.000 dollari l'una. Un lavoro enorme, avvincente, impressionante. In the Dark ha sgonfiato ogni presunta prova, intervistato testimoni rivelatisi inattendibili, voltagabbana, corrotti, ha stanato un possibile colpevole alternativo. Ed è stato il primo podcast della storia ad aggiudicarsi il prestigioso Polk Award. A conti fatti, Curtis Flowers deve ringraziare soprattutto loro. In attesa che, dopo le accuse, cada anche il braccialetto elettronico e arrivi la libertà totale. Quella vera.










