di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 13 dicembre 2021
Il timore generato dalle teorie della Grande Sostituzione (le minoranze etniche destinate a diventare maggioranza) comincia a minare nella testa di molti il principio "un cittadino, un voto".
A metà dell'Ottocento i confederati del Sud decisero la secessione che portò alla guerra civile americana, ma non contestarono mai l'elezione di Abramo Lincoln. Oggi un terzo degli americani e un'ampia maggioranza di elettori repubblicani considera Joe Biden un presidente illegittimo. Molti nel mondo hanno criticato
il leader Usa per la sua pretesa di chiamare a raccolta le claudicanti democrazie del mondo intorno a una fiaccola americana che rischia di bruciare il braccio di chi la impugna. Com'è accaduto altre volte in passato con l'anziano presidente, l'intuizione è giusta - basti vedere la furiosa reazione cinese con Biden paragonato alla tenutaria di un bordello che dà lezioni di etica a delle educande - mentre l'esecuzione lascia a desiderare.
Giusto cercare di tenere viva una fiamma minacciata da regimi autoritari sempre più potenti (Cina) o spregiudicati (dalla Russia alla Turchia) e dall'indifferenza di opinioni pubbliche occidentali che danno le nostre libertà per scontate, anche se la fedina democratica Usa non è immacolata e la scelta di invitati ed esclusi al summit è discutibile: la politica, come la democrazia, è inevitabilmente imperfetta. A lasciare l'amaro in bocca è soprattutto l'impotenza di Biden, emersa negli ultimi mesi e fotografata dal vertice della scorsa settimana, davanti al rischio che il fallito tentativo di sovvertire l'esito delle presidenziali del 2020, anziché una disfatta definitiva, sia stato solo una prova generale di quello che accadrà nel 2024.
La destra quasi certamente riconquisterà il controllo del Congresso tra un anno e può benissimo vincere in modo legittimo le presidenziali del 2024, ma oggi l'America vive comunque un'emergenza democratica fatta di indebolimento delle sue istituzioni e di una evidente volontà di Donald Trump di non correre nemmeno il rischio di subire un'altra sconfitta elettorale. Fin qui si è discusso soprattutto della questione più facilmente comprensibile per il grande pubblico e che è stata oggetto di dispute anche in passato: le modalità del voto con la destra che cerca di limitare luoghi e finestre temporali per consegnare le schede e chiede più certezze sull'identità dell'elettore in un Paese nel quale non esiste la carta d'identità e in cui chi non guida e non ha il passaporto, non ha documenti con la sua foto. Mentre, al contrario, la sinistra considera le limitazioni votate negli ultimi mesi in diversi Stati a maggioranza conservatrice un tentativo di allontanare dalle urne i neri, i poveri e i non scolarizzati.
È una discussione aperta, anche se la storia elettorale americana è costellata, soprattutto al Sud, da tentativi frequenti - a volte sistematici - di intimidire l'elettorato afroamericano. Ma dietro c'è un'altra questione ben più grave: il tentativo di alcuni Stati ma anche di tante amministrazioni locali (in certi casi già riuscito, in altri ancora in corso) di sottrarre a funzionari indipendenti e a organismi sostanzialmente tecnici la conta dei voti e la scelta dei delegati degli Stati che poi eleggeranno materialmente il presidente. Verranno trasferiti ad assemblee politiche nelle quali la maggioranza di un partito potrebbe invalidare l'elezione del candidato del partito avverso.
È quello che, come risulta evidente dai molti documenti emersi negli ultimi mesi, ha tentato di fare Trump dopo il voto del novembre 2020: convincere i Parlamenti a maggioranza repubblicana degli Stati conservatori che avevano votato per Biden a sovvertire il risultato delle urne. Allora il colpo di mano (o di Stato) non riuscì per la tenuta di alcuni funzionari repubblicani che si rifiutarono di violare le regole e perché, non essendoci il tempo necessario per cambiare le norme parlamentari(o per convincere chi decide a interpretare le regole in modo "creativo") i governatori, compresi quelli del partito di Trump, non se la sentirono di invalidare le scelte degli elettori.
Oggi il quadro è diverso: stanno cambiando le norme, ma stanno cambiando anche gli uomini. Sotto l'effetto della martellante campagna Stop the Steal, fermate il furto, milioni di fan dell'ex presidente hanno preso di mira - in alcuni casi in modo estremo - i repubblicani che, avendo rispettato le regole costituzionali, passano per traditori. Insultati, minacciati a volte anche di violenze contro le loro famiglie, molti di questi funzionari e anche diversi parlamentari hanno già gettato la spugna. Verranno sostituiti da attivisti trumpiani. Andranno a occupare anche uffici fin qui per nulla ambiti perché con compiti considerati puramente notarili.
Gli altri che resistono verranno comunque spazzati via: Trump ha scomunicato parlamentari e governatori non totalmente allineati sulle sue posizioni. Verranno quasi tutti sconfitti alle primarie della prossima primavera da pasdaran trumpiani. Biden è consapevole del pericolo. A luglio, in un discorso a Filadelfia, denunciò il tentativo d'intervenire "non solo su chi può votare, ma anche su chi conta i voti". Non usò mezzi termini: definì "sovversione delle elezioni" il tentativo di sostituire "autorità elettorali indipendenti con soggetti di parte" col potere di non riconoscere l'esito delle urne. Ma poi, salvo alcuni limitati ricorsi del ministero della Giustizia, non ha preso iniziative significative. Ha le mani legate: in Congresso qualunque norma in questo campo verrebbe bloccata dal filibustering repubblicano.
L'America continua così a scivolare lungo una china molto pericolosa. Il rischio non è solo che nel 2024 venga proclamato vincitore chi esce sconfitto dalle urne: Trump (o chi dovesse presentarsi al suo posto) può benissimo vincere in modo legale, ma è la stessa credibilità del sistema elettorale davanti ai cittadini che è messa a repentaglio da questa crisi. Il timore generato dalle teorie della Grande Sostituzione (le minoranze etniche destinate a diventare maggioranza) comincia a minare nella testa di molti il principio "un cittadino, un voto". Questa debolezza che la democrazia americana rischia di trasferire al resto dell'Occidente può diventare la miglior cura ricostituente per l'efficiente autoritarismo cinese.









