di Nicolò Guelfi
La Stampa, 11 settembre 2022
I parenti delle vittime aspettano ancora giustizia. Cinque uomini sono attualmente detenuti nel carcere di Guantanamo, in attesa di essere giudicati per la strage che ha segnato un secolo.
La tragedia che ha cambiato per sempre la storia dell’Occidente lascia dietro di sé quasi tremila morti, un numero incalcolabile di vittime indirette e nessun vero colpevole sul banco degli imputati. Ventuno anni dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 è ancora bloccato il processo ai terroristi considerati le menti dell’attentato.
Khalid Shaikh Mohammed e altri quattro uomini membri dell’organizzazione fondamentalista islamica Al-Quaida sono ancora oggi detenuti nel carcere di massima sicurezza a Guantanamo, territorio in dotazione agli Stati Uniti sull’isola di Cuba, in attesa di un giudizio, le cui udienze tuttavia vengono cancellate o continuamente rinviate. L’ultima battuta d’arresto è arrivata il mese scorso, quando sono state cancellate le udienze preliminari previste per l’inizio dell’autunno.
Per le famiglie delle migliaia di vittime morte nello schianto di quattro aerei di linea contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York, la sede del Pentagono ad Arlington e Shanksville, in Pennsylvania, un processo potrebbe essere il momento della verità, per dare risposta alle ultime domande rimaste insolute.
In caso di condanna definitiva, il kuwaitiano Mohammed, che nel 2007 si è dichiarato “responsabile dell’operazione dalla A alla Z”, rischia la pena capitale. James Connell, avvocato di Ammar al-Baluchi, altro terrorista coinvolto nell’operazione, ha detto che le parti stanno ancora cercando di raggiungere un accordo preliminare. L’avvocato ha definito lo sforzo di processare Mohammed davanti a un tribunale militare, piuttosto che nel normale sistema giudiziario statunitense, “un tremendo fallimento” che è “offensivo per la nostra costituzione e per il nostro stato di diritto”.
Nel 2009, all’inizio del suo primo mandato, l’allora presidente Barack Obama annunciò che Mohammed sarebbe stato trasferito a New York per essere processato in un tribunale federale di Manhattan. Tuttavia, la Grande Mela si tirò indietro di fronte ai costi esorbitanti che la sicurezza avrebbe richiesto: processare Mohammed nella città dove ha avuto luogo il disastro di cui è accusato, avrebbe potuto provocare reazioni imprevedibili. Il New Yorker criticò la proposta di Obama di spostare il processo in una corte federale: il kuwaitiano è accusato di “un atto militare” e dovrebbe essere giudicato dalle forze armate.
David Kelley, ex procuratore dello stato di New York che ha presieduto l’indagine nazionale del ministero di Giustizia sugli attacchi, ha definito i ritardi come “il fallimento nel perseguire un’orribile tragedia per le famiglie delle vittime”.
Poco prima dell’alba del 1° marzo 2003, gli Stati Uniti hanno ottenuto la vittoria più emozionante contro i complici degli attentati dell’11 settembre: la cattura di Mohammed, portato via dagli agenti dei servizi segreti da un nascondiglio a Rawalpindi, in Pakistan. Una caccia all’uomo internazionale durata oltre un anno e mezzo. Oltre a lui vennero catturati anche lo yemenita Walid bin Attash, capo dei campi paramilitari di Al-Qaida in Afghanistan (che aveva fornito simulatori di volo e notizie sulle compagnie aeree); lo yemenita Ramzi bin al-Shibh, cellula Al-Qaida di Amburgo (che aveva iscritto i dirottatori nelle scuole di volo americane); il pachistano Ammar al-Baluchi, imputato per aver portato nove terroristi negli Stati Uniti e inviato loro 120 mila dollari americani; il saudita Mustafa al-Hawsawi, il quale provvedeva al reperimento di contanti, carte di credito e abiti occidentali.
Mohammed e i suoi coimputati sono stati inizialmente detenuti in prigioni segrete all’estero. I cinque rappresentavano una fonte d’informazioni troppo preziosa e i servizi segreti americani hanno cerato di utilizzarli per smantellare Al-Qaeda. Secondo Human Right Watch, gli agenti della Cia li sottoposero a tecniche d’interrogatorio rafforzate che equivalevano alla tortura. Mohammed è stato sottoposto a waterboarding (ovvero la tecnica dell’annegamento controllato) per 183 volte. Le sue stesse confessioni, se estorte sotto tortura, potrebbero essere completamente invalidate.
La fonte però si è seccata presto: un’indagine del Senato ha poi concluso che gli interrogatori non hanno portato a nessuna informazione preziosa. Ma ha scatenato un’infinita serie di controversie preliminari per stabilire se i rapporti dell’Fbi sulle loro dichiarazioni possano essere usati contro di loro. Nel frattempo, la lotta al terrorismo è andata avanti: nel 2011 Osama bin Landen rimase ucciso in un ride in Pakistan e il suo vice (poi successore) Ayman al-Zawahiri è deceduto in un attacco con i droni a Kabul lo scorso 31 luglio.
Ora, ha detto Kelley, con il passare del tempo sarà molto più difficile perseguire Mohammed in un tribunale, tanto meno in un’aula di tribunale. “Le prove diventano stantie, la memoria dei testimoni viene meno”.









