di Mario Garofalo
Corriere della Sera, 11 gennaio 2021
La decisione tardiva di chiudere gli account di Trump su Facebook e Twitter. E il nodo delle "camere dell'eco", dove si evidenziano i post più vicini alle opinioni di chi legge. Mark Zuckerberg e Jack Dorsey hanno raccolto il plauso dei liberal chiudendo gli account di Trump su Facebook, Instagram e Twitter, dopo che il presidente li ha utilizzati per istigare la folla ad assaltare il Congresso. E hanno suscitato la dura reazione dei repubblicani che hanno visto nella mossa una forma di censura.
In ogni caso si può dire che l'intervento sia stato tardivo. The Donald è una creatura dei social network, il suo successo nel 2016 sarebbe stato impensabile senza l'esistenza di Twitter e dei suoi milioni di follower. Come ha ben spiegato il politologo Yasha Mounk, il linguaggio scorretto dell'allora candidato repubblicano sarebbe stato ignorato dai media tradizionali se questi ultimi non fossero stati costretti a occuparsene per stare dentro il flusso delle notizie che comunque scorreva attraverso i post. La comunicazione, in quei mesi, si è trasformata: da verticale (uno-a-molti) a orizzontale (molti-a-molti).
Soprattutto, Trump è stato abile (nella campagna elettorale come negli anni di presidenza) nell'utilizzare una distorsione, un effetto collaterale dei social. Come ha spiegato uno dei creatori di Facebook, Roger McNamee, l'obiettivo principale delle piattaforme è trattenere gli utenti il più a lungo possibile. Come ci riescono? Impadronendosi dei loro dati e analizzandoli, usandoli per vedere che cosa susciterà in loro reazioni più intense e fornendone ancora. È così che favoriscono modalità espressive e contenuti estremi, provocatori, semplicistici: quelli utilizzati da Trump e, più in generale, dai populisti. L'ideologo della campagna del 2016, Steve Bannon, dichiarò non a caso che le elezioni erano state vinte proprio grazie a slogan violenti come "drain the swamp" ("prosciughiamo la palude della burocrazia") o "lock her up" ("rinchiudiamo Hillary Clinton").
Per lo stesso scopo (intrattenere gli utenti inconsapevoli) sui social nascono le "echo chamber", le "camere dell'eco", dove vengono selezionati e messi in evidenza i post più vicini alle proprie opinioni. Cass Sunstein, che più di altri le ha studiate, ha sottolineato il paradosso di una tecnologia che ci mette in contatto con persone che stanno dall'altra parte del pianeta e contemporaneamente ci rinchiude dentro dei silos in cui tutti la pensano come noi. Con l'effetto finale della "polarizzazione", della radicalizzazione delle idee politiche.
Il linguaggio estremo e politicamente scorretto è tipico del trumpismo: non ci vuole molto per vedere che il fenomeno dei social e il populismo sono strettamente intrecciati. Tanto più che la "disintermediazione", l'idea che il leader possa raggiungere direttamente il "popolo" bypassando i media tradizionali è un caposaldo della comunicazione sovranista. Se è vero che le scelte di Zuckerberg e Dorsey rischiano di essere tardive, però, non vuol dire che non siano in qualche modo incoraggianti. In un documento interno a Twitter, 350 impiegati hanno usato parole dure: "Nonostante i nostri sforzi di seguire esclusivamente il dibattito pubblico — hanno scritto — ci siamo trasformati nel megafono di Trump aiutandolo a infiammare la folla".
Che si tratti di censura o di difesa della democrazia, la chiusura degli account vuol dire che la riflessione sul ruolo e sul funzionamento dei social network è avviata e non può risparmiare il problema delle "echo chamber". Siamo sicuri che siano l'unico sistema possibile per attrarre gli utenti? Gli algoritmi andrebbero corretti almeno per ridimensionarne l'impatto. Magari con l'aiuto di un intervento pubblico, che detti regole uguali per tutti, visto che ci sono in ballo la democrazia e la libertà di espressione e che Trump, dopo aver scelto un altro social (il conservatore Parler) progetta di crearne uno tutto suo.










