di Martino Mazzonis
Il Domani, 31 ottobre 2026
Davanti al centro di detenzione in New Jersey: i racconti di mogli, amici e parenti. “Quando hanno fermato mio marito l’hanno tenuto ore sotto il sole e senz’acqua”. È una mattina come un’altra a Jersey City e volontari distribuiscono dei pieghevoli in quattro lingue dove si spiega cosa fare se si viene fermati da una pattuglia dell’Ice e quali sono i tuoi diritti. Un numero impressionante di rider in bici si ferma e lo prende. Sono persone di origine mediorientale e africana, se fossimo a New York City, che in linea d’aria è a un chilometro di distanza, sarebbero latinoamericani. “Sono tutti molto preoccupati”, spiega Lucy, una studentessa che con Rachel sta distribuendo i volantini a un banchetto dove si offre anche caffè e biscotti.
Le due ragazze sono parte di uno dei tanti gruppi che organizza la resistenza alle ronde della polizia mascherata di Trump. Ce ne sono in tutto il New Jersey - e in tutto il paese. Quando chiediamo di spiegarci come lavorano le ronde si parlano un po’ all’orecchio e decidono di non raccontarlo. Non hanno torto, un’inchiesta del mensile Wired ha rivelato come i legali di residenti del Minnesota accusati di cospirazione abbiano ottenuto le prove di un’operazione di spionaggio su larga scala condotta dell’Ice ai danni dei loro assistiti, persone che organizzano queste ronde e che in genere sono gruppi e movimenti di sinistra. In Texas tra i latinos pentiti del trumpismo.
Qui l’American dream si chiama Talarico Arresti & alerts Le storie incredibili di cittadini statunitensi fermati o chiusi in centri di detenzione o di persone entrate legalmente negli Usa cui è stata revocata la protezione umanitaria e sono stati deportati nel loro paese di origine o in un paese terzo sono quotidianamente sui media americani.
Gli account social delle ronde solidali di quartiere sono pieni di filmati di arresti e di alerts che segnalano dove e quando siano state avvistate pattuglie. Le persone fermate in New Jersey vengono portate alla Delaney Hall, un centro nei pressi dell’aeroporto di Newark, in mezzo al nulla. Su una strada di passaggio, davanti alle reti che proteggono il centro dagli sguardi di chi sta fuori, sta una tenda, un presidio fisso di volontari che distribuisce cibo, beni di prima necessità, vestiti e talvolta soldi alle famiglie di chi sta dentro.
Isabel ha il marito lì dentro da mesi e la faccia stanca. Ha lasciato i figli con la nonna per venire qui ed è appena uscita. Chiede a Sandra, una delle volontarie, pannolini e fa un po’ di spesa dagli scatoloni dove si trovano detersivi e altre cose per la casa. “Hanno preso mio marito in cantiere una mattina presto, lavorava lì da quattro mesi, ma sono 16 anni che siamo qui. I nostri figli grandi vanno tutti a scuola, non so davvero come fare”. Tessa non ha parenti dentro ma un suo caro amico ed è qui per informarsi su come trovare un buon avvocato: “Il mio amico ha origini asiatiche, lo hanno preso fuori dall’ufficio dove era stato convocato per fare le pratiche. Sembra che sia possibile ottenere un rilascio su cauzione, ma l’avvocato con cui ha a che fare, a parte prendersi un sacco di soldi, non ha mosso un dito”.
Midterm, Trump delira: “Non l’ho iniziata io la guerra contro l’Iran” Sandra racconta che tutte le pratiche burocratiche sono molto complicate, “in tanti potrebbero ottenere un rilascio su cauzione, ma per quello, come per cose più banali come ricaricare il conto con cui le persone possono comprarsi delle cose dentro, la burocrazia è complicata, i moduli tanti e difficili da riempire. La verità è che sembra tutto fatto apposta per punire e far soffrire - e aggiunge - ieri una donna non è riuscita a ricaricare il conto e il marito è rimasto senza batterie per la radiolina. Sono mesi che è lì, la radio lo aiuta. Ora dovrà aspettare una settimana”.
Il gruppo di volontari, in rete con chiese, sinagoghe e fondazioni varie, raccoglie anche fondi per le famiglie e per pagare cauzioni e avvocati - e tiene una lista di avvocati di cui ci si può fidare. Il marito di Leah, invece, è dentro da 16 mesi. Leah è americana, bianca e vive a Brooklyn. “Mi hanno detto che ci siamo sposati per finta, per la carta verde, ma stiamo insieme da 12 anni”. La donna, sulla quarantina, ha l’aria sfinita, ha finito i soldi, c’è una rete di amici che la aiuta ma teme di venire sfrattata per morosità. Fa la musicista e chi guadagnava abbastanza era suo marito. “Da qui lo hanno portato in Louisiana, poi in Texas e poi di nuovo qui. Una inutile tortura.
Quando lo hanno trasferito in Texas, li hanno tenuti ore sotto il sole senza acqua sulla pista dell’aeroporto di El Paso. Nessuno diceva loro dove sarebbero stati spediti”. Sul sito dell’Ice i dati sono aggiornati allo scorso luglio, un’analisi del Migration Policy Institute segnala che “il 61% delle espulsioni eseguite negli ultimi 18 mesi riguarda persone prive di regolare permesso di soggiorno che risiedevano negli Stati Uniti da almeno due anni; il 15 per cento risiedeva qui da dieci o più anni”. In totale si tratta di 480mila persone.
Ricordate la retorica sui criminali? Tra le persone espulse, solo una su cinque aveva carichi pendenti, ma spesso si trattava di reati minori, come un assegno a vuoto. Si badi, i dati parlano delle espulsioni, non delle detenzioni, che possono essere ancora più arbitrarie, si può essere cittadini e passare qualche giorno dentro perché si ha la faccia da messicani e si gira senza una prova della propria cittadinanza.
A luglio le persone detenute erano 65mila circa. Midterm, il voto più costoso di tutti i tempi. Ma le aziende iniziano a mollare il tycoon Manodopera migrante Sono numeri spaventosi perché chiunque conosca gli Stati Uniti sa bene che la manodopera immigrata, specie ispanica, è una colonna portante di un numero enorme di settori, dalla ristorazione all’edilizia, dall’agricoltura fino ai lavori più precari legati alle app, che però sono servizi che nelle città vengono usati tantissimo (le consegne di qualsiasi cosa, ma anche Uber e Lyft).
Sul treno per New York Leah non smette di parlare, vuole raccontare tutto quel che può. Mi racconta di essere cresciuta in Svezia, di quanto sia complicato e costoso solo andare a trovare il marito, degli amici che la aiutano economicamente, della paura costante che il marito abbia un crollo, di quando ti tengono ad aspettare sotto il sole o sotto la pioggia anche se l’orario di ingresso per le visite è passato. Mentre siamo sul treno il marito la chiama per chiederle come sta. Si rassicurano a vicenda.









