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di Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni

Il Domani, 16 ottobre 2026

Sconfessato Hegseth: l’esecuzione di Nidal Hasan non sarà più in “live streaming”. Gli attivisti a Domani: “Il tycoon ha ceduto alle pressioni”. L’80% degli americani contrari alla barbarie. E cresce la paura midterm. La barbarie resta. Ma almeno gli Stati Uniti conserveranno il pudore di non trasformarla in uno spettacolo per il mondo intero. La fucilazione di Nidal Hasan, l’ex psichiatra militare condannato per la strage di Fort Hood, in cui uccise 13 persone, resta fissata per il 3 dicembre. Non sarà però trasmessa in diretta streaming, come aveva annunciato il segretario alla Difesa Pete Hegseth.

In un’America già scossa dalla decisione di ricorrere al plotone d’esecuzione per un militare (per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale) l’uscita del capo del Pentagono ha scatenato un’ondata di indignazione così forte, tra l’opinione pubblica e nelle stesse file del partito repubblicano, da spingere la Casa Bianca a fare marcia indietro. Lo ha annunciato lo stesso Donald Trump su Truth Social. Mostrare l’esecuzione al mondo, ha sostenuto, “avrebbe potuto rappresentare un forte deterrente, facendo vedere come l’America tratta i terroristi e la feccia come Hasan”.

Ma “molte persone perbene e animate dalle migliori intenzioni preferirebbero non assistere alla sua morte”. Trump balla sempre più solo: partito ed elettori si allontanano Opinione pubblica Favorevole fin dall’inizio alla fucilazione, Trump non si era invece sbilanciato sulla diretta streaming, un’ipotesi da cui aveva preso le distanze anche il vicepresidente JD Vance. Secondo la Cnn, il presidente avrebbe appreso solo in seguito che Hasan è paralizzato dalla vita in giù, una circostanza che potrebbe aver influito sul suo ripensamento. Difficile, inoltre, ignorare i sondaggi. Secondo Abc News/Washington Post/Ipsos, l’80% degli adulti americani, compreso il 64% dei repubblicani, è contrario alla trasmissione pubblica.

Una vittoria parziale per gli attivisti. “Siamo lieti che Trump abbia ceduto alle pressioni, arrivate persino dai sostenitori della pena capitale”, dice a Domani Abraham Bonowitz, tra le voci più autorevoli del movimento abolizionista americano, cofondatore di Death Penalty Action. Bonowitz sottolinea inoltre che la data del 3 dicembre è solo una sparata del ministro, in quanto Hasan non ha ancora avviato i ricorsi federali per habeas corpus. Inoltre, spiega, non bisogna perdere di vista il vero problema: “L’amministrazione sta strumentalizzando politicamente questo caso e aggravando il dolore delle vittime allo scopo di distrarre gli elettori dalla guerra, dall’economia e dalle elezioni, fronti su cui sta andando male”.

L’attivista non è il solo a vedere Trump in difficoltà. Secondo l’ultima rilevazione di Economist/YouGov, il 43% degli intervistati prevede una maggioranza democratica alla Camera, contro il 30% che punta sui repubblicani. E persino al Senato, dove una vittoria dem sembrava impensabile, le aspettative si sono ribaltate: 40% contro 35%. Eppure, anziché rassicurare gli americani sul carovita e sulla guerra con l’Iran, Trump continua la sua campagna contro i nemici. Giovedì, durante un comizio in Arizona, ha sostenuto che chi divulga segreti militari “dovrebbe essere fucilato”, definendo i responsabili “la feccia della Terra”.

Ha poi rilanciato le accuse infondate di brogli elettorali, avvertendo che una vittoria democratica consegnerebbe l’Arizona ai cartelli della droga e spalancherebbe le porte alle prigioni di tutto il mondo. Alla Casa Bianca, intanto, continua l’”albo-gate” che coinvolge Katie Zacharia, la nuova portavoce. Dopo Trump, a difenderla è intervenuto il direttore della comunicazione Steven Cheung, assicurando che la collega “possiede qualifiche eccezionali”. Al centro della bufera, la mancata iscrizione all’albo degli avvocati. Laureata in giurisprudenza nel 2011 alla Pepperdine, università cristiana della California, la quarantaduenne è finita sotto la lente della stampa per essersi presentata come avvocata, pur non risultando abilitata all’esercizio della professione in alcuno Stato americano.

Martedì, interrogata su dove avesse superato l’esame, aveva risposto: “In Cina”. Frase che ha decuplicato gli interrogativi. Zacharia, ha effettivamente lavorato dal 2011 al 2013 in uno studio legale di Pechino, ma nel paese soltanto i cittadini possono ottenere l’abilitazione. La portavoce ha poi sostenuto di aver frainteso la domanda a causa del rumore dell’elicottero presidenziale. Al New York Times, Zacharia ha raccontato che, quando aveva iniziato ad apparire in televisione come commentatrice, aveva chiesto alla Pepperdine University come presentarsi.

Il presidente dell’ateneo le avrebbe assicurato di potersi definire “lawyer”, ma non “attorney”. Campaign for Accountability, organizzazione di vigilanza, ha presentato un esposto all’ordine degli avvocati della California, chiedendo di verificare se abbia effettivamente esercitato la professione senza autorizzazione. Condotte che nello Stato possono costituire reato. E a gettare benzina sul fuoco arriva anche il Wall Street Journal: Zacharia avrebbe sostenuto il complicato esame di abilitazione nel Golden State, senza però superarlo.