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di Roberto Gramola

La Voce e il Tempo, 29 luglio 2022

John J. Lennon (non è il famoso cantante) è in carcere dal 2002: è un detenuto americano diventato giornalista durante la prigionia. “Sedici anni fa, ho sparato e ucciso un uomo a Brooklyn e ho finito la mia vita di spaccio. Sono stato condannato a 28 anni di detenzione”.

Oggi vive e scrive in una cella spoglia della prigione di Sing Sing a nord di New York City. Un suo amico voleva mandargli “Just Mercy”, un libro di Bryan Stevenson sulla disuguaglianza razziale nel braccio della morte. Ma poiché i detenuti non possono ricevere copertine rigide, l’amico ha dovuto fotocopiare le pagine e piegarle cinque alla volta e mandarle in buste. Dopo la lettura Lennon decide di diventare cronista delle storie del carcere.

Conduce molte sue interviste nel cortile della passeggiata, tra detenuti jogger e palestrati e racconta da dentro come si vive da reclusi. All’inizio i suoi pezzi li batte su una macchina da scrivere di plastica trasparente in una cella senza sedia. Non potendo accedere a Google usa il sistema telefonico del carcere accessibile per poche ore al giorno che lo collega a 15 contatti pre-approvati con cui detta alle redazioni le sue storie.

Il suo primo reportage è apparso sul sito web di “The Atlantic” e uno dei suoi servizi stampati è apparso su “Esquire”. John è cresciuto all’estremità meridionale di Brooklyn e, dopo il suicidio del padre, la mamma lo mandò in un collegio privato a Garrison da cui si godeva un magnifico panorama sul fiume Hudson. “È la stessa splendida vista che guardo ora”. A Sing Sing, seduto sull’armadietto della prigione, sbirciando attraverso le sbarre John può vedere l’Hudson. E “Ci penso spesso. È un po’ straziante”.

Daniel A. Gross, giornalista del “Washingthon Post”, “The Guardian” e del sito web del “New Yorker”, conosce John e lo aiuta a pubblicare le sue storie sui più prestigiosi giornali americani. Così John inizia a rendersi conto che il suo successo gli dava un vantaggio sui giornalisti “liberi”: “È una corsia aperta per il giornalista della prigione. C’è un sacco di storie intorno a me e dentro di me perché io vedo semplicemente la sofferenza che la maggior parte di voi ‘fuori’ non vede”.

“A differenza della maggior parte dei prigionieri e di molti scrittori freelance” dice Daniel Gross “John si guadagna da vivere dignitosamente. Non è timido nel chiedere ai suoi editori la stessa tariffa dei giornalisti non carcerati. Ha un modo per convincere anche le persone più improbabili ad aiutarlo” Ma non è così semplice: “Un mio amico infettivologo” prosegue Gross “mi confidò che uomini come John avrebbero meritato la sedia elettrica. Con il tempo disse che non avrebbe mai pensato di provare simpatia per individui del genere”.

Nella sua storia, John ha scritto con sensibilità del dolore che aveva causato a sua madre, malata di Parkinson. “Mamma ed io ci confortiamo a vicenda dal disagio delle nostre rispettive prigioni e ha ancora una forza audace da cui traggo la mia. Una citazione di James Baldwin: “La creazione più pericolosa di qualsiasi società è l’uomo che non ha nulla da perdere” anima il saggio di Lennon pubblicato su “Times Opinion” sulla riforma carceraria, l’istruzione e la speranza.

All’inizio della sua carriera, prima di avere accesso a un tablet, Lennon dettava le bozze agli editori dal cortile della prigione al telefono. Nei giorni scorsi ha scritto sul New York Times: “Quando lunghi periodi di tempo in prigione ti permettono di allontanarti dal vecchio te stesso, guadagnare diplomi, acquisire intelligenza emotiva, c’è un nuovo tipo di straziante disperazione che si instaura”.

Quindi propone che il presidente Biden consideri quello che chiama un disegno di legge di riforma carceraria “speranza e guarigione”. Lo sforzo di mettere in stampa le sue parole ne vale la pena. “Quando vivi in una cella, ma le tue parole appaiono sul New York Times, beh, è un’incredibile sensazione di gratitudine che ti pervade. Per davvero”.