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di Luciano Bertozzi

focusonafrica.info, 17 gennaio 2025

Secondo il New York Times, i cittadini statunitensi avrebbero pagato per mantenere Guantánamo almeno 540 milioni di dollari l’anno. Il carcere di Guantánamo compie 23 anni. Era l’11 gennaio 2002, quando venne resa operativa la prigione statunitense, nella base navale USA a Cuba e, da allora, continuano a perpetrarsi gravi violazioni dei diritti umani. Il luogo di detenzione è, infatti, uno dei frutti avvelenati della guerra globale al terrore. “In tutto il mondo, Guantánamo rimane uno dei simboli più duraturi dell’ingiustizia - ha affermato Human Right Watch - degli abusi e del disprezzo per lo stato di diritto che gli Stati Uniti hanno scatenato in risposta agli attacchi dell’11 settembre.”

Il Presidente Obama cercò, inutilmente di chiudere il carcere ma senza riuscirci per le resistenze del Congresso. Anche il Presidente Biden (Vice Presidente con Barack Obama) si era detto favorevole alla chiusura del carcere, ma ciò non è avvenuto. A questo punto è indispensabile chiudere subito, questo luogo di sofferenze, ma soprattutto è necessario portare i responsabili in tribunale. I due citati Presidenti hanno ridotto notevolmente il numero dei detenuti, siglando accordi per il trasferimento all’estero di numerosi reclusi.

Il 7 gennaio di quest’anno, Washington ha annunciato, infatti, il trasferimento in Oman di 11 detenuti, nei cui confronti non è mai stata formalizzata alcuna accusa. La notizia è stata accolta con favore da Amnesty International. Daphne Eviatar, direttrice del programma di sicurezza e diritti umani della citata Associazione USA ha dichiarato: “Ci congratuliamo con il presidente Biden per aver compiuto questo passo prima di lasciare il suo incarico, chiedendogli di porre definitivamente fine alla deplorevole pratica degli Stati Uniti di detenere persone senza incriminazione né processo a Guantánamo, trasferendo tutti i prigionieri privi di accuse”. La ONG ha chiesto al presidente uscente Biden il trasferimento di tutti i detenuti, prima del 20 gennaio, cioè prima dell’insediamento di Trump. Il nuovo Presidente, infatti, durante il suo primo mandato ne ordinò la prosecuzione.

Il 30 dicembre scorso gli Usa hanno liberato e rimpatriato il tunisino Ridah Bin Saleh al-Yazidi, detenuto fin dall’apertura del carcere, nonostante non sia stato formalmente di alcun reato. arrestato in Pakistan, vicino al confine con l’Afghanistan, nel 2001. Questo carcere rappresenta una macchia evidente e duratura nel bilancio dei diritti umani degli Stati Uniti d’America. Da 2002 vi sono state rinchiuse quasi ottocento persone, tutti uomini di religione musulmana - alcuni dei quali minorenni - per essere state sospettate di atti di terrorismo commessi in molti Stati. Attualmente i detenuti sono quindici, sei dei quali non sono mai stati accusati di alcun crimine.

“Trasferimenti segreti, interrogatori in regime di isolamento, alimentazione forzata durante gli scioperi della fame - affermava Amnesty in un rapporto del 2021 - torture, sparizioni forzate, totale diniego del diritto a un giusto processo. Questo è quello che perpetuano da 20 anni le autorità degli Stati Uniti.” Le organizzazioni internazionali e non governative hanno denunciato ripetutamente la drammatica situazione, accusando gli Stati Uniti di sevizie e di altri trattamenti inumani e degradanti in violazione del diritto internazionale. La risposta a tutti questi appelli? Il più assordante dei silenzi.

Nel febbraio 2023 la Relatrice speciale Onu sulla promozione dei diritti umani delle libertà fondamentali nella lotta per il terrorismo per il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, l’irlandese Fionnuala Ni Aolain, forse l’unica esperta indipendente che abbia potuto visitare il carcere e parlare con i detenuti, ha definito le condizioni di detenzione “inumane e degradanti”.

I carcerati provenivano, per lo più, da Paesi arabi ed africani (Yemen, Arabia Saudita, Algeria, Tunisia, Pakistan, Malaysia, Afghanistan, Libia, Kenya e Indonesia) e sono stati presi in custodia in dieci Paesi: Afghanistan, Egitto, Georgia, Gibuti, Iran, Kenya, Pakistan, Tailandia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Almeno 24 di loro, prima di arrivare a Guantánamo sono stati sottoposti a sparizioni forzate e detenuti in luoghi segreti, per un periodo variabile, da uno a sei mesi o anche oltre, ad opera della CIA. Amnesty ha reso noto l’eclatante caso di Abu Zubaydah (Zayn al Abidin Muhammad Husayn), un palestinese detenuto a Guantánamo da 19 anni, detenuto in base alla legge di guerra e incarcerato in località segrete per oltre 1.600 giorni, cioè quasi 5 anni! La sua storia, con la lunga lista di sevizie cui è stato sottoposto è emblematica, prima di arrivare a Guantánamo è stato sottoposto a soffocamento con l’acqua, a nudità prolungata, costretto in posizione stressante, privato del sonno, del cibo, sottoposto ad attacchi psicologici, a reclusione in un box. Le autorità Usa hanno dichiarato che il rilascio di questo carcerato avrebbe potuto creare un grave rischio per la sicurezza nazionale.

L’inutilità del carcere, nella punizione dei colpevoli degli attentati dell’11 settembre è anche evidenziata dai dati: solo otto sono stati condannati dalle Commissioni militari, cui spettava il compito di processarli. Secondo The Dark Side di Jane Mayer, il Maggior Generale in pensione Michael Dunlavey, un ex comandante operativo a Guantánamo, stimò che almeno la metà dei prigionieri fosse stata trattenuta per errore. Un ulteriore conferma, in tal senso, viene da uno studio della Seton Hall University Law School secondo cui almeno il 55 per cento dei prigionieri detenuti a Guantánamo non ha mai compiuto atti ostili contro gli Stati Uniti e solo l’8 per cento ha avuto rapporti con Al Qaeda. Il fallimento dell’accertamento delle responsabilità degli attentati si accompagna anche ai notevolissimi costi della struttura. I cittadini statunitensi avrebbero pagato per mantenere Guantánamo - secondo il New York Times - ben 540 milioni di dollari l’anno. Questa stima tuttavia, potrebbero essere di gran lunga inferiore ai costi effettivi per motivi di segretezza.