La Repubblica, 30 ottobre 2022
A 75 anni Saifullah Paracha è libero dopo quasi 20 anni di detenzione. Non è mai stato incriminato. Il suo trasferimento, annunciato dal governo pachistano, è arrivato dopo mesi di negoziati. Dopo vent’anni rinchiuso a Guantánamo, è stato liberato il più vecchio prigioniero del carcere militare della base navale americana a Cuba. Con tre attacchi di cuore, il diabete, l’alta pressione, eppure considerato per anni “troppo pericoloso” per essere rilasciato, ma alla fine, a 75 anni, Saifullah Paracha è uscito.
Il suo trasferimento, annunciato dal governo pachistano, è arrivato dopo mesi di negoziati. Il Pentagono non ha voluto fornire dettagli, ma la storia di Paracha è conosciuta dai media americani. Adesso c’è anche una foto: si vede l’ex prigioniero seduto da solo a un tavolo di un McDonald’s a Karachi, Pakistan. L’aria appare pensierosa. Paracha era stato tra i primi ad arrivare nella prigione di Guantánamo, voluta dal presidente degli Stati Uniti George W. Bush, all’indomani della Guerra al terrorismo dichiarata dopo l’attacco dell’11 settembre 2001.
Residente legalmente a New York, uomo d’affari prima nel Queens poi in Pakistan, dove esportava vestiti per le grandi catene americane, Paracha era stato arrestato nel 2003, a 56 anni, in un’operazione dell’Fbi in Thailandia. Era accusato di aver aiutato Khalid Shaykh Muhammad, un terrorista pachistano famoso per avere almeno cinquanta pseudonimi e le mani in pasta in una serie di stragi di civili, tra cui l’attacco alle Torri gemelle.
Uomini d’affari si erano spacciati per rappresentanti di una corporation americana con l’obiettivo di attirare Paracha a lasciare la sua città, Karachi, per andare a Bangkok e discutere di affari. Una volta arrivato all’incontro, il pakistano aveva trovato gli agenti dell’Fbi che lo avevano incappucciato, legato e trasferito segretamente in Afghanistan. Qui, nella prigione di Bagram, aveva avuto un infarto. Invece di mandarlo in una delle prigioni segrete gestite dalla Cia per torturare i prigionieri, l’amministrazione Bush aveva deciso di trasferirlo a Guantanamo, facendo di lui già allora uno dei più anziani a essere rinchiuso nella base navale.
“Saifullah non sarebbe mai dovuto finire a Guantanamo - ha commentato al New York Times un avvocato impegnato nella difesa dei diritti umani, Clive Stafford Smith - perché era già il più anziano. Io ho sempre temuto che potesse avere un quarto attacco di cuore e morire. Sono felice che sia riuscito a tornare a casa”.
Nei primi anni della prigionia, Paracha aveva ricevuto solo un’assistenza cardiaca di base, anche se lui aveva chiesto più volte di essere sottoposto a intervento chirurgico, che fosse stato negli Stati Uniti o in Pakistan. Per anni aveva presentato ricorsi in tribunale, sostenendo la sua innocenza: quando aveva incontrato il terrorista Khalid Shaykh Muhammad, disse più volte, non conosceva la sua vera identità e tanto meno il suo coinvolgimento nell’attacco dell’11 settembre. Mesi dopo l’arresto, la stessa sorte era toccata al figlio maggiore, Uzair, catturato a New York, dove viveva, incriminato a 23 anni e condannato a trent’anni di carcere per aver fatto entrare in Usa un membro di Al Qaeda.
Nel 2018 le accuse cadute, e nel 2020 i procuratori hanno prosciolto il figlio di Paracha. Uzair, 42 anni, ha ottenuto di tornare in Pakistan a patto di rinunciare alla green card che aveva ottenuto come residente permanente negli Stati Uniti. Adesso è libero anche il capo famiglia, ma di una famiglia stravolta dalle lunghe detenzioni. La moglie di Paracha aveva chiesto il divorzio anni fa. Saifullah, ormai calvo con una lunga barba bianca, ha confidato ai familiari che vuole provare a riprendersi la sua vita, ma prima deve sottoporsi a un intervento chirurgico al cuore, operazione che per anni gli Stati Uniti gli hanno negato.










