di Monica Maggioni
La Stampa, 5 marzo 2025
Deve essersi svegliato nel mood del capo supremo. Alle 7,30 del mattino di Washington di martedì Donald Trump posta sui social il suo ultimo ordine. Sembra di vederlo con il dito alzato mentre intima la sospensione di tutti i fondi federali verso i college, le scuole, le università che ospitano proteste illegali. Peccato che non definisca con chiarezza quali siano le proteste che lui ritiene illegali. Si sa, invece, che ha in programma di sanzionare le università come la Columbia o la Chicago University che hanno ospitato le manifestazioni pro Palestina. Ma non basta. Si capisce che non si fermerà qui. È pronto ad allargare l’orizzonte. L’affermazione contenuta nel post è molto grave ma il tono è persino peggio. Chiude in cinque righe un lungo e doloroso dibattito sulla libertà di espressione, sul diritto a manifestare (che negli Stati Uniti ha caratteristiche molto particolari e diverse dalle nostre).
Per mesi ci siamo divisi su quanto stava accadendo nei college dove quella stessa idea libertà di espressione ha portato a orribili ed esecrabili episodi di antisemitismo. Oggi però Trump con il suo “stop” digitato in maiuscolo e il suo “no masks!”, niente mascherine, sempre in stampatello e punto esclamativo, dice qualcosa di diverso. Che ha deciso lui, per tutti. Che ha interrotto il dibattito, il confronto, persino lo scontro tra pensieri diversi.
Non spiega quali sono le violazioni cui si riferisce, si guarda bene dal dire a quale testo di legge fa riferimento o quale dovrebbe essere l’organismo federale incaricato della repressione. Niente di tutto ciò. Lancia minacce col dito puntato. Prosegue nello stile che da un paio di settimane sconvolge il mondo. Dice: “Avete manifestato per la Palestina, vi stiamo avvisando, vi troveremo e vi deporteremo”, e se non siete stranieri ma cittadini americani, finirete in galera. Il 30 gennaio infatti ha firmato l’ennesimo ordine esecutivo per deportare gli studenti stranieri ritenuti simpatizzanti di Hamas e manifestanti definiti pro jihadisti e ha incaricato le università stesse di monitorare gli studenti. Poi lunedì sera annuncia che cinque università saranno messe sotto inchiesta dal Dipartimento dell’Educazione per “casi di antisemitismo durante la Israel-Gaza war”.
Di nuovo. Contano il tono e il contesto. Sgombriamo il campo da ogni dubbio. Non si tratta qui in alcun modo di lasciare spazio a chi nei campus, la primavera scorsa, si è macchiato di atteggiamenti violenti e aggressivi nei confronti degli studenti ebrei. Non di tollerare, nemmeno per un istante, le manifestazioni di antisemitismo. Sarebbe troppo facile qui dividersi tra chi crede, a buon diritto, che certe manifestazioni pro Palestina siano state uno scempio che ha incoraggiato l’antisemitismo, e chi invece le ha giustificate. Vale la pena piuttosto di fermarsi a riflettere sul metodo usato dall’Amministrazione e sull’obiettivo finale. Il problema è che oggi sono gli studenti pro Palestina (che comunque Trump non nomina), e domani chissà chi.
Non basta dire che è solo una reazione, la risposta furibonda agli anni della cultura woke e della dittatura del politicamente corretto, perché quello che sta accadendo davanti ai nostri occhi trascende di molto qualsiasi idea di nuova dialettica nel discorso pubblico, ove se ne fosse sentito il bisogno. È in corso un tentativo sistematico di implementare la conformità ideologica al trumpismo e punire ogni forma di dissenso in un Paese dove invece le manifestazioni più disgustose (dalle passeggiate con le svastiche nei centri urbani ai saluti al grido di Heil Hitler) vengono tollerate proprio in nome del Primo Emendamento. La American Civil Liberties Union infatti spiega bene che il First Amendment proibisce la restrizione delle diverse forme di protesta basata sul contenuto del discorso. In pratica, i limiti da rispettare, per non essere fuorilegge, riguardano solo le modalità operative della protesta, mai il contenuto.
Sono i principi in nome dei quali il vicepresidente Usa JD Vance è venuto in Europa, un paio di settimane fa, a tenerci una lezioncina sulla libertà di parola e di espressione. Ma questa volta, almeno da ieri mattina alle 7,30, il free speech non vale più. A chi dice delle cose che non vanno bene all’Amministrazione verranno tolti i fondi. Dalla mattina alla sera. E la modalità di queste “energiche” decisioni è sempre la stessa. Nelle ultime settimane lo abbiamo visto con i fondi di Usaid tagliati, le minacce a Zelensky. La comunità scientifica sotto scacco. Lo schema si ripete identico: non mi vai bene, ti taglio i viveri. È quello che, alcuni giorni fa, il professor Cassese, uno dei maggiori giuristi italiani, ha definito il “metodo imperiale” di Donald Trump. I suoi executive orders “somigliano più a proclami e editti che a provvedimenti di alta amministrazione”. Lui e i suoi Presidenti-ombra hanno deciso di riscrivere il mondo in un contesto in cui non valgono più le vecchie regole e le nuove sono solo quello che decidono loro. In mezzo non ci sono i passaggi istituzionali (le istituzioni democratiche per molti di loro sono solo un fastidioso ostacolo sul cammino della libertà assoluta), non c’è confronto.
C’è la legge del più forte e di chi, oggi ha il potere. Vale in Ucraina, vale nei Campus. L’America che conoscevamo non c’è più. In questi anni abbiamo sempre detto che gli Stati Uniti erano attraversati da una frattura profonda. Se è vero, qualcuno inizierà a ribellarsi. Purché non sia troppo tardi. Loro corrono veloci. E noi aspettiamo di leggere il prossimo proclama via truth. Domattina alle 7: 30.











