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di Maurizio Ferrera

Corriere della Sera, 9 febbraio 2025

Le mosse di Trump e i pericoli per la democrazia americana. L’impressione sempre più diffusa è che il presidente americano stia cercando di estendere i confini dell’autorità esecutiva a scapito del sistema giudiziario e di quello legislativo. Nel suo discorso d’insediamento, Donald Trump aveva annunciato che i suoi primi cento giorni avrebbero provocato shock and awe, scossoni e panico. In effetti, la metafora militare (coniata ai tempi della guerra in Iraq) sembra aver ispirato la sfilza di provvedimenti varati fino ad oggi su materie molto delicate. Ogni presidente eletto ha il diritto di realizzare il proprio programma. Ma nelle democrazie liberali il decisionismo ha dei limiti. E a molti sembra che Trump li stia oltrepassando.

Negli Usa il legame fra democrazia e liberalismo è solido e radicato. Gli scossoni di Trump hanno tuttavia preso di mira alcuni capisaldi dello stato di diritto. Il provvedimento sulla cittadinanza, che ha eliminato lo ius soli, viola ad esempio il quattordicesimo emendamento della Costituzione e potrebbe privare retroattivamente della nazionalità migliaia di minori. Anche l’attacco all’eguaglianza di opportunità suscita dubbi. Da un giorno all’altro il presidente ha soppresso ogni iniziativa e ufficio pubblico per la tutela della diversità, dell’equità e dell’inclusione, sovvertendo un sistema di garanzie di legge in vigore dagli anni Sessanta. Sul fronte dell’immigrazione, una serie di misure ha aperto la strada alla deportazione forzata di milioni di irregolari. Molti verranno detenuti nella base di Guantanamo, nota per le sue violazioni dei diritti fondamentali. Forte della convinzione che le persone siano o maschi o femmine, Trump ha disposto poi il trasferimento delle detenute transgender in carceri maschili, esponendole a rischi di abusi e violenze. Sul fronte amministrativo, il nuovo Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge), affidato a Elon Musk, ha forzato l’accesso a banche dati federali, in violazione dei diritti alla privacy. Molti uffici pubblici sono stati aboliti e alcune figure apicali del governo (come gli ispettori generali) sono stati licenziati con procedure improprie.

L’impressione sempre più diffusa è che Trump stia cercando di estendere i confini dell’autorità esecutiva a scapito del sistema giudiziario e di quello legislativo. Ciò emerge in particolare dall’abuso di uno strumento: l’ordine esecutivo presidenziale. Tutti i presidenti se ne servono per allineare l’azione del governo federale al proprio programma. Ma sono obbligati a rispettare la Costituzione e le leggi esistenti. Questa regola è un pilastro portante del sistema di pesi e contrappesi, volto a evitare l’eccessiva concentrazione di autorità e il suo esercizio arbitrario.

Sappiamo che Trump è un ammiratore di Orbán e che Elon Musk strizza l’occhio alla destra europea più radicale. C’è davvero il rischio di una retrocessione illiberale della democrazia più importante del mondo? Lo stato di diritto è un costrutto fragile, ma non è privo di risorse per l’autodifesa. I poteri sfidati (legislativo e giudiziario) possono infatti reagire agli attacchi dell’esecutivo, contrastando gli scossoni senza cader vittima del panico. È ciò che in parte sta accadendo. Ventidue stati e alcune grandi città (inclusa la capitale), unitamente a varie associazioni di immigrati, hanno fatto causa alla Presidenza e ottenuto da un giudice federale la sospensione del provvedimento sulla cittadinanza. Alcuni procuratori statali hanno citato in giudizio il Doge di Elon Musk per i suoi tentativi di infiltrarsi nei centri nevralgici del governo federale. Anche in seno al Congresso sta crescendo la frustrazione. Trump ha la maggioranza in entrambe le Camere, ma i margini sono stretti e il sostegno di pochi parlamentari repubblicani recalcitranti consentirebbe di bloccare alcuni ordini esecutivi lesivi delle prerogative del Congresso. Un senatore repubblicano ha già sottoscritto una lettera di protesta insieme ai democratici contro il licenziamento degli ispettori generali.

Per ora Trump e il suo entourage non sembrano eccessivamente preoccupati: gli scossoni continuano. Il tiro alla fune potrebbe presto finire al vaglio della Corte Suprema, cui la Costituzione americana assegna la funzione di arbitro in caso di conflitto tra poteri o controversie sui diritti fondamentali. I nove giudici della Corte sono di nomina politica e il loro incarico è a vita. Attualmente i giudici conservatori sono sei. Una sentenza della Corte che desse ragione a Trump su qualche tema di rilevanza emblematica potrebbe spianare la strada alle ambizioni cesaristiche del presidente.

Lo stato di diritto è condizione necessaria della democrazia liberale. La sua importanza non è oggi adeguatamente compresa e apprezzata dall’opinione pubblica, né in America né in Europa. Ciò lo rende vulnerabile alle aggressioni populiste. Le recenti esperienze di Paesi come Polonia, Slovacchia e soprattutto Ungheria mostrano che non c’è bisogno di colpi di stato. Come nella Cina imperiale, si può usare la strategia delle “mille ferite”: una lenta sequenza di tagli che rimuova una dopo l’altra le garanzie liberali, privando i cittadini delle protezioni essenziali nei confronti del potere politico.